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Dacia Maraini, La bambina e il sognatore

Viernes, 25 Noviembre 2016 06:22

dacia

Coloquio-charla con Dacia Maraini con motivo de la presentación de La bambina e il sognatore (Salón de Grados de la Facultat de Filolologia, Traducció i Comunicació de la Universitat de València, 2/11/2016):

https://youtube/HS2IshxJooo

 

Dacia Maraini, La bambina e il sognatore, Milano, Rizzoli, 2015, pp. 411

 

Appena due anni dopo l’uscita di Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza, una biografia romanzata della santa, nell’autunno del 2015 ha visto la luce un nuovo romanzo di Dacia Maraini, La bambina e il sognatore. La popolare autrice, tanto amata dai suoi lettori, attiva nella scrittura ormai nientemeno che da più di cinquanta anni, sempre dinamica e battagliera, torna ad alcune delle problematiche che la occupano da lungo tempo.

La storia è abbastanza semplice. Un uomo adulto ma ancora giovane, Nani Sapienza (ma potrebbe essere anche Pazienza, data la sua ostinazione), fa un sogno che sembra profetico, quasi una rivelazione: fra le nebbie del mattino, una bambina sta andando a scuola. Cammina come una papera ed è vestita con un cappottino rosso e con degli stivaletti bianchi. Lui crede di riconoscerla, la chiama, lei lo guarda, ma presto sparisce e il sogno svanisce. La mattina dopo la radio dà la notizia di una bambina di otto anni scomparsa nel percorso da casa a scuola, la stessa dove insegna Sapienza. Ma il maestro è anche padre; anzi, lo è stato, giacché ha perso l’unica figlia dopo una crudele malattia. Nel sogno ha creduto di riconoscere sua figlia, che era della stessa età dell’altra, e si sente quindi chiamato alla ricerca di questa bambina persa, Lucia Treggiani, che poche settimane dopo tutti dimenticheranno, ritenendo il suo uno dei tanti casi di bambine rapite, abusate e ammazzate.

Inizia così una lunga e faticosa ricerca controcorrente di un padre che vede specchiata nella ragazzina smarrita la figliuola persa; una ricerca che sembra dare un senso alle sue giornate. Anche per questo non mollerà mai, e terrà viva la speranza mesi e mesi fino all’ultimo, mentre gli altri, demoralizzati, presto si lasciano sconfiggere, come d’altronde la stessa polizia. Ma il maestro Sapienza è, in partenza, anche uno sconfitto. Abbandonato dalla moglie Anita a seguito della tragedia familiare, conduce una vita piuttosto caotica, adoperandosi come meglio può da solo, cucinando male, in una casa umile, non lontana dalla scuola, nel quartiere Pozzobasso di S., piccola città italiana di provincia. È un personaggio solitario che attraversa un brutto periodo, e ricava una certa soddisfazione e un po’ di allegria, giusto per tirare avanti, solo dai suoi piccoli allievi, ragazzi di dieci o undici anni per lo più (4ª-5ª elementare). Sapienza è un buon uomo, piuttosto ingenuo, ma la voce (interiore) di un aquilotto-angelo custode-coscienza critica, lo consiglia, lo giudica, lo contrasta, lo sprona, dialoga con lui...

Poiché tutto è accaduto nel suo quartiere, Nani può cominciare la ricerca interrogando la maestra, i genitori, i vicini della piccola Lucia e perfino il parroco. Sono occasioni per entrare a contatto con persone e famiglie semplici e per ritrarle nella loro pochezza. Anche attraverso i ragazzi della classe percepiamo un mondo, quello delle loro case, umile, con dei conflitti in agguato o già esplosi. A metà della storia sorgerà un nuovo caso, quello di Fatima, che è un altro specchio delle sofferenze delle bambine abusate. Italiana, di otto anni anche, è stata portata via dal padre cambogiano, e pare sia finita tra le prostitute bambine di Phnom Penh. Il maestro Sapienza entrerà in contatto con Elena, la madre di Fatima. Arriveranno delle lettere e perfino un diario di lei dalla Cambogia, dove è andata a cercare la figlia. Questa rappresenta in qualche modo una trama laterale, con un finale proprio, anche se confluisce pienamente, dal punto di vista tematico, con la narrazione principale.

Con questi ingredienti va avanti un intreccio che ha il colore del giallo (genere di cui già Voci, del 1994, era stato un primo campione maraniano), raccontato in prima persona dal protagonista, un uomo in fondo al quale palpita un forte senso di paternità, che nella sua biografia è una ferita aperta. Ma non è l’unico personaggio in cui la paternità – anche la mancata paternità – si fa sentire con forza, fino all’estremo dell’errore morale. Questo tema, basilare nel libro, sa di novità nell’universo marainiano, così come lo è la presenza di un narratore al maschile. Si potrebbe interpretare come un’ulteriore apertura a un orizzonte – avvistato ormai da anni dall’autrice – in cui quelli che contano sono gli esseri umani, non esclusivamente le donne, un orizzonte nel quale donne e uomini devono collaborare, poiché l’abuso sulle donne e sulle bambine è un caso che riguarda i diritti civili universali, per i quali tutti sono chiamati a combattere uniti.

La classe di Sapienza, composta da sedici bambini ben identificati, diventa una piccola accademia peripatetica. Vi si respira entusiasmo e dibattito. Gli alunni amano molto le favole – come la Maraini (Lust zu fabulieren, Goethe dixit) - e le richiedono in continuazione al maestro, che finisce sempre per concedergliele, approfittando del genere – sempre con grande bravura – per raccontare loro, adattandoli, anche casi più seri, come quello di cui si sta occupando. La sua aula è anche scuola di democrazia e di convivenza interreligiosa e interculturale. Di fatto la frequentano un Ahmed, una Jasmin Mujad, ecc. Francesco Basile, un alunno un po’ più grande degli altri, bravissimo, con una famiglia piena di problemi, aiuterà efficacemente Nani a progredire nella ricerca di Lucia, formando così una curiosa e buffa coppia di detective. La preside rimprovera il maestro perché non rispetta i programmi scolastici, perché parla ai ragazzi di argomenti non adatti alla loro età, cosa di cui alcuni genitori si lamentano, ma Sapienza non riesce a contenere le emozioni e l’indignazione suscitate dal caso investigato. Inoltre parla, a livelli elementari, di giustizia, razzismo, diritti, ecc. Fa spesso dei sogni in cui vengono a galla le sue preoccupazioni. Sono quelle di cui fa cenno ai suoi ragazzi e che assillano la sua mente. Il terrorismo islamico viene annoverato più volte, quasi come una fissazione, perché è una delle ossessioni dei nostri tempi e dei nostri mass media. Un personaggio secondario – Mohamed Adjani, un medico nigeriano musulmano – si mostra molto critico nei confronti della cultura occidentale, con la quale fa i conti dall’altro côtè. È una delle voci, variegate, contrapposte, che arricchiscono il libro.

Anche i mass media sono in qualche modo esaminati. Il loro ruolo nella società è ambivalente: da una parte, un programma come Chi l’ha visto? aiuta positivamente a non dimenticare le persone sparite, tante (si forniscono le cifre relative ai minorenni, p. 45), dall’altra, però, c’è anche la stampa pettegola e sensazionalista, che pubblica senza rispetto né riguardo verso i cittadini, cercando lo scandalo. Da parte sua, Nani collabora a “POST IT”, un giornale on line, anche se negli ultimi tempi scrive sempre meno. Si tratta quindi di un tema non approfondito, sebbene le nuove tecnologie siano ben presenti nel libro: tra l’altro, il maestro deve lottare contro l’uso dei telefonini da parte degli allievi in aula.

Una sottile rete di reminiscenze, allusioni, citazioni letterarie sottostà alla scrittura della Maraini. Si sottolinea la funzione dei libri per ragazzi “classici”, per lo più di avventure, della letteratura europea, ma anche di tanti altri. Il libro che viene più volte annoverato è però l’italiano Pinocchio. La figura di Geppetto allude a quella paternità sognata, quel figlio tanto desiderato, fatto a immagine e somiglianza del progenitore ma che inevitabilmente vuole una vita propria. Nel caso di Sapienza, però, non si è trattato dell’allontanamento abituale motivato dalla crescita, bensì di una perdita definitiva imposta dalla morte. Non solo si citano incidentalmente molti autori e opere, di diverse epoche e lingue (compresi certamente la Alice di L. Carrol, o le Memorie del sottosuolo di Dostoevskij o anche Rodari), ma troviamo anche una bibliografia specifica sulle donne maltrattate, con storie “esemplari”, come quella di Somaly Mam o Nojoud Ali, ragazze seviziate che, però, con una volontà di ferro, sono riuscite a lasciarsi alle spalle l’incubo. Non appaiono invece esplicitamente citati alcuni autori italiani contemporanei che si sono molto occupati della scuola, come Starnone, Mastrocola, Lodoli, Culicchia, ecc.

Nella coda finale – la risoluzione del giallo avverrà in Spagna, a Saragozza – si tenta di indagare, attraverso le pagine autobiografiche di un diario, la psicopatologia di un maschio prepotente e sfruttatore; procedura coraggiosa in un argomento difficile e delicato.

In conclusione, Dacia Maraini ci offre un romanzo dalla struttura semplice, senza particolari complicazioni tecniche, di lettura molto scorrevole, scritto con la solita parola marainiana, aderente alla sensazione diretta delle cose, un testo che, oltre a contenere alcune narrazioni favolistiche, ha in sé stesso qualcosa della favola didattica. Come già nel suo avvincente Colomba (2004), al centro del libro c’è la sparizione di una ragazza, ora in verità una bambina (ma storie di bambini in pericolo l’autrice le aveva già raccontate almeno da Buio, 1999), e di nuovo c’è anche la ricerca compulsiva da parte di un personaggio dotato di una forte volontà, che alla fine troverà la sua ricompensa morale. Se in Colomba si trattava di una nonna, ora invece è un padre che ha perso drammaticamente la figlia e che trova un qualche scambio simbolico nella ragazzina sparita. Lottare per ritrovarla equivale in qualche modo a lottare per ridare vita a sua figlia. C’è dunque tutta la denuncia dei soprusi, degli abusi su donne e soprattutto su bambine indifese, maltrattate, spesso costrette a prostituirsi nei paradisi sessuali asiatici, dove i clienti che arrivano sono comuni padri di famiglia occidentali. Il maestro Sapienza è il personaggio principale e quasi l’unico veramente approfondito. Lacerato, solo, senza amore, ricostruisce la parabola vitale della sua Martina, dalla nascita alla malattia mortale, tutti e due raccontate nei dettagli. L’idealizzata classe del maestro, composta da diversi bambini, in generale vivaci, rappresentativi del nostro mondo mescidato, nonché i tanti temi sociali attuali trattati (c’è persino un accenno alla pena di morte anche se, oltre a quelli esposti, è la famiglia quello predominante), rendono questo libro un punto di incontro, un romanzo da leggere insieme a casa fra genitori e figli, o a scuola fra professori e allievi per discuterne e imparare.

 

Juan Carlos de Miguel y Canuto.

Universitat de València

 

 

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