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Pavese e il piacere di raccontare.

Miércoles, 17 Mayo 2017 04:43

pavese il piacere di raccontareFranco Zangrilli, Il piacere di raccontare. Pavese dentro il fantastico postmoderno, Dario Flaccovio Editore, Palermo 2017, pp. 288, ISBN 9788857906546

 

Come di consueto, la disamina critica proposta da Franco Zangrilli riesce ad entrare con lucidità nello sterminato pianeta della critica preesistente relativa all’autore oggetto d’indagine - Cesare Pavese, nella fattispecie-, secondo una duplice coordinata, ben evidente fin nella titolazione di questo saggio: «il piacere di raccontare» - inteso come movente compositivo del vasto opus pavesiano-, delineato attraverso quattro capitoli incentrati su altrettante tipologie testuali fondanti nella produzione dell’autore («Poesia», «Dialoghi», «Racconti», «Romanzi»); ed una rilettura del tutto inedita, arguta ed esaustiva del Nostro in chiave “fantastica” e “postmoderna”, ovvero “neofantastica” (secondo la felice formula coniata da Zangrilli per descrivere un filone molto produttivo nella scrittura contemporanea).

Nella «Premessa», che tratteggia le coordinate dell’impostazione metodologica, il lavoro prende le mosse proprio dalla confutazione di alcuni giudizi critici poco attinenti o falsati da preconcetti: così, i frequenti appellativi affibbiati a Pavese -di “scrittore decadente classicista” o “verghiano/ neorealista”- vengono presto smentiti attraverso un pregevole e puntuale riesame delle fonti dirette, costituite, in massima parte, dalla vastissima congerie di testi in cui l’autore discetta di poetica in prima persona.

Infatti, Pavese rivendica per i suoi scritti uno «stile tutto evocativo e fantastico»[1]; e quando egli propone elementi della quotidianità tratti dalla vita di tutti i giorni, questi valgono non tanto in sé, quanto nell’accostamento significativo tra immagini, «secondo un ritmo intellettuale»[2] tale da trasfigurarle «in simboli di una data realtà»[3]; i suoi racconti non sono costruiti come «descrizioni»[4], bensì come «giudizi fantastici della realtà»[5].

Come evidenzia saggiamente Zangrilli, proprio l’ambiguità di fondo e l’incertezza - che rappresentano i dati costitutivi del fantastico tradizionale- negli scritti pavesiani appaiono funzionali ad indagare quella condizione di crisi dell’uomo contemporaneo che costituisce anche il fulcro, il sentire tipico del postmoderno novecentesco e di cui Pavese anticipa, quasi con chiaroveggenza, canoni e moduli compositivi. Il concetto-base di questo movimento artistico-culturale di origine statunitense, di non semplice definizione (e dal mutevole significante: postmodernismo, postmodernità), è infatti quello dell’eterno ritorno, del riproporsi ciclico dei medesimi fenomeni sullo sfondo di un contesto sociale vinto dall’ingiustizia e privo di punti di riferimento.

Anche il postmoderno pavesiano si esplica nel modulo della riscrittura: «su questa linea Pavese costruisce una sua teoria del Mito»[6], punto nodale, in chiave simbolico-fantastica, di tutti i temi portanti di cui si sostanzia la letteratura tout court e che raccontano l’uomo di ogni tempo: il folklore, la tradizione classica, la storia grande e piccola, e soprattutto quanto concerne il lato oscuro, insondabile e misterioso dell’esistenza. Non a caso, un elemento portante dell’ispirazione pavesiana verte appunto sull’analisi delle fragilità, delle insicurezze e dei tormenti interiori, che, propri di ogni uomo, afflissero con particolare veemenza lo stesso io autoriale; Pavese mette poi questo groviglio di pulsioni interiori irrisolte alla base della sua «poetica del mistero»[7]: considerando quest’ultimo come l’arcano, il movente da cui origina la creazione letteraria, e pure la sua meta finale, che l’artista si affanna con fatica a disvelare con la propria opera.

Ricorrendo ai moduli dell’ibridazione, della contaminazione, della trasfigurazione, lasciando interagire i modi del fiabesco, del favoloso, del fantastico e facendo ricorso ad una congerie di canoni, mitemi e tropi, Pavese inquadra dilemmi irrisolti attraverso un «cannocchiale rovesciato»[8], così da poter «cogliere i fili incongruenti, ambigui, e misteriosi che esistono tra le cose»[9]: un inestricabile intreccio di stratificazioni, gusto per lo sperimentalismo, referenzialità, metaletterarietà, barocchismo da cui origina la singolare ispirazione neo-fantastica di questo autore, dispiegata con zelo sagace da Zangrilli nel corso dell’intera trattazione successiva.

I tratti fondamentali della poetica neofantastica pavesiana delineata nella «Premessa», si trovano tutti espressi in nuce nella produzione poetica del Nostro, di cui Zangrilli ripercorre l’intero svolgimento tematico, intrecciando sapientemente l’analisi testuale alle notazioni critiche esplicite o estemporanee di cui sono disseminati i testi dello stesso Pavese.

Ne viene fuori il ritratto di una «poesia-racconto»[10] ben distinta dalla moda coeva dell’ermetismo e differente anche dai modelli di questo filone italiani e d’oltreoceano; una poesia il cui valore deriva dall’accostamento significativo e fortemente connotativo tra immagini dalla forte valenza evocativa e simbolica: un « “gioco dell’immaginazione” “pittorica”»[11] che «conduce a un viaggio di scavi e di scoperte, all’essenza conoscitiva delle cose e della realtà»[12] e, in definitiva, alla scoperta di «una singolare geometria di rapporti fantastici»[13].

La scrupolosa disamina dei ritratti dell’umanità dolente che, dai luoghi natii del poeta - quelle colline langarole tanto evocate-, proietta un’eco di sofferenza sull’uomo di ogni tempo, si conclude su un elemento centrale nella poetica pavesiana: la donna e i misteri che le pertengono e il modo in cui questi vengono ipostatizzati in alcuni elementi del paesaggio langarolo caro a Pavese: terra, vigna e collina, tutti e tre connessi dal motivo dell’eterna ciclicità del tempo della natura, legato a quello del mistero della fertilità e della rigenerazione.

La coloritura postmoderna che informa l’ispirazione pavesiana trova il suo apice nei Dialoghi con Leucò (1947): «una miniera inesauribile del neofantastico»[14] –chiosa Zangrilli, che lo definisce «il libro più complesso, più riuscito e più bello di Pavese»[15], «quello che lo rivela un postmoderno decenni prima del postmodernismo»[16]. Quello in cui i canoni postmoderni della riscrittura e dell’autoreferenzialità si esplicano in somma misura, dando luogo ad un’arte colta, fondata sul continuo gioco di rimandi, di riferimenti rinvenibili secondo plurimi livelli di lettura, sui procedimenti dell’affabulazione e della ripetizione infinita di borgesiana memoria, applicati ad un intero patrimonio millenario di tradizioni cui l’autore attinge in libertà: i Dialoghi con Leucò «richiedono un lettore archeologo, che sappia scavare nei simboli fantastici delle mitologie di epoche diverse e sappia penetrare nei rebus dei messaggi e delle secrete confessioni dell’autore»[17] -ammonisce giustamente Zangrilli.

Sfuggendo alle critiche vulgate che accusano il postmoderno di solipsismo nonché di scarso interesse per la storia, il critico prospetta l’idea di un narcisismo autobiografico funzionale all’indagine sui mali dell’uomo e della società, un ri- utilizzo del passato volto a conoscere l’oggi: «Per questi scrittori e per Pavese raccontare miti, o favole, è sempre dire una verità più vera e avere una coscienza storica; guardare e capire il passato vuol dire vedere il futuro»[18]

Tutto il pessimismo, il disincanto, i rovelli interiori e il profondo senso di scoramento dello scrittore - come spiega in modo articolato Zangrilli- trovano qui fertile terreno nell’immenso territorio del mito, cui Pavese si appella facendo ricorso ai cosiddetti personaggi-schermo (Edipo, Tiresia, Bellerofonte, etc.) per dare voce alle diverse anime scisse della sua coscienza sofferente ed intersecare così i temi portanti della sua stessa ispirazione letteraria: il destino, il senso della vita, quel “selvaggio” che riflette la natura violenta e mostruosa del genere umano, il complesso rapporto con la musa poetica, il “mistero dei misteri” rappresentato dall’evento inesplicabile della morte.

Il complesso ordito di temi e motivi sin qui delineati trova compimento e piena esplicazione nelle due ampie sezioni riservate alla produzione in prosa («Racconti» e «Romanzi»), che, da sole, costituiscono più di metà del saggio, riflettendo così l’importanza di questa tipologia testuale nella produzione del Nostro. Infatti, se «Il racconto è una forma congeniale all’arte di Pavese»[19]- (si pensi alla poesia-racconto dei componimenti in versi) - gli illuminanti brani posti in epigrafe ai rispettivi capitoli, chiariscono per voce dello stesso scrittore quanto il suo narrare risulti funzionale alla “poetica del mistero”: «Raccontare è sentire nella diversità del reale […] una cifra irrisolta del mistero»[20]; il suo obiettivo ultimo «è la smania di ridurre a chiarezza l’indistinto-irrazionale che cova in fondo alla nostra esperienza»[21].

Una narrazione, quella di Pavese, che già nei racconti giovanili della raccolta postuma Ciau Masino - dice bene il critico- appare «asimmetrica, discontinua, filmica»[22], configurando una prosa «discorsiva, raziocinante, antinomica, ellittica, incline a farsi connotativa e a giustapporre i puzzles della realtà»[23], come nella miglior tradizione postmoderna: non le risultano estranei i mezzi della scrittura teatrale, gli schemi del poliziesco nonché sostrati culturali - Freud e i classici otto-novecenteschi del genere fantastico, in particolare- che trovano un motivo centrale nel tema del doppio e del perturbante. Il saggio traccia efficacemente l’affresco dell’io narcisistico in crisi di questi personaggi- alter ego dello scrittore: scissi ed insoddisfatti da una realtà cui si sentono estranei, afflitti dalle ombre della propria coscienza in crisi, come certi omologhi pirandelliani, costoro risultano del tutto incapaci di inserirsi utilmente nella società: lasciando prospettare la scelta di una consapevole solitudine, oppure quella, altrettanto dilemmatica, del suicidio, come uniche possibili soluzioni all’impasse.

Nel breve prologo alla sezione finale, Zangrilli spiega infatti come nei romanzi - trattati singolarmente in rigoroso ordine cronologico di composizione-, si irrobustisca «la vena della critica dura e il tono di un nero pessimismo»[24], «il piglio fantastico»[25] e «la tendenza a capovolgere la realtà per vederne gli opposti»[26]. A ciò, come ben evidenzia il critico, si accompagna il reiterarsi di numerosi motivi topici dell’ispirazione pavesiana: il contrasto tra mondo campagnolo e cittadino, i continui richiami al simbolismo ancestrale delle tradizioni popolari (con il mito della collina-mammella, «archetipo della Madre Terra e dell’essere femminile»[27], destinato a ripetersi fin nella titolazione di vari romanzi), la rivisitazione di fabule letterarie e di tradizioni avite (come i rituali liberatori associati al carnevale o quelli propiziatori connessi all’usanza dei falò) su cui alligna bene l’ispirazione fantastica del Nostro.

Ne emerge, per quanto concerne il paesaggio campagnolo, la descrizione di un mondo barbarico, ferino, vittima di istinti bestiali, non meno crudele di quello cittadino e “civilizzato”; nel quale la Storia fa irruzione con il furore selvaggio della guerra (La casa in collina), per poi lasciare spazio all’abbrutimento della nascente società materialistica ed edonistica del periodo postbellico (Tra donne sole). Ritraendo magistralmente «il camuffamento, la maschera dell’apparenza e dell’ipocrisia, l’assurda teatralità»[28] della nuova spregiudicata società neocapitalista, quale appare in quest’ultima produzione pavesiana, Zangrilli individua l’elemento comune che fa da sfondo a queste trame, nella descrizione di «uno spazio geografico che mescolando fonde mitologie di culture eterogenee»[29]: un aspetto da cui traspare, come giustamente si rileva nella chiusa, la fondamentale immutabilità del «groviglio di inquietudini, di angosce e di incubi che attorniano l’uomo di ogni tempo e di ogni stagione»[30].

Traendo le fila dei «tasselli»[31] di cui si compone il «gran mosaico»[32] dell’opera pavesiana (di cui si mettono in evidenza gli eccellenti risultati conseguiti nella produzione romanzesca matura), Zangrilli corrobora, una volta di più, le tesi dimostrate in questa innovativa e puntuale lettura critica: che ci propone un Pavese geniale realizzatore della “poetica della riscrittura”, sempre intesa come tensione al miglioramento, a «cercare la giusta forma, arrivare alla perfezione artistica»[33]; uno scrittore capace di illuminare «i lati incomprensibili, oscuri ed enigmatici della realtà»[34], rielaborando in forma letteraria la sua originale visione del mondo in chiave postmoderna e mitico-fantastica.

Loredana Audibert


[1] Il piacere di raccontare. Pavese dentro il fantastico postmoderno, p. 8

[2] Ibidem, p. 8

[3] Ib., p. 8

[4] Ib. p. 8

[5] Ib. p. 8

[6] Ivi, p. 10

[7] Ivi, p. 15

[8] Ivi, p. 16

[9] Ibidem

[10] Ivi, p. 20

[11] Ivi, p. 24

[12] Ibidem

[13] Ibidem

[14] Ivi, p. 72

[15] Ivi, p. 123

[16] Ibidem

[17] Ivi, p. 122

[18] Ivi, p. 72

[19] Ivi, p. 125

[20] Ibidem

[21] Ivi, p. 185

[22] Ivi, p. 125

[23] Ivi, p. 126

[24] Ivi, p. 186

[25] Ibidem

[26] Ibidem

[27] Ivi, p. 200

[28] Ivi, p. 257

[29] Ivi, p. 285

[30] Ibidem

[31] Ivi, p. 284

[32] Ibidem

[33] Ibidem

[34] Ibidem

 

 

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