Publicado en Reseñas

Fantastico Sciascia

Sábado, 10 Junio 2017 06:39

Zangrilli SciasciaFranco Zangrilli, Leonardo Sciascia. Scrittore neofantastico, Sampognaro & Pupi Edizioni, Siracusa, 2017, ISBN: 8895760387

    Una lettura inedita della produzione letteraria di Leonardo Sciascia in chiave “neofantastica”, ovvero secondo canoni e stilemi propri del fantastico postmoderno: questa l’originale tesi oggetto della disamina di Franco Zangrilli - come si evince sin dalla titolazione asciutta ed efficace del saggio-, un ulteriore e centrato tassello nell’ampia galleria di scrittori rivisitati secondo la fertile categoria critica nota ormai come “neofantastico”- una personale coniazione dello stesso studioso.

    Con l’abituale perizia Zangrilli, dopo la premessa esplicativa iniziale, articola la trattazione in sette capitoli capaci di fotografare con precisione altrettanti aspetti tematico-testuali significativi rispetto alla particolare ispirazione neofantastica sciasciana.

    Il critico ci introduce così nel “pianeta” di uno scrittore complesso, sui generis e controcorrente, una penna raffinata che si muove con disinvoltura tra mimesi e ibridazione, avvezza al gioco della sovversione nonché alla retorica del citazionismo: in breve, uno scrittore “postmoderno”, che facendo propria la poetica della riscrittura - tipica di questo movimento di origine statunitense- ha ben colto un aspetto essenziale del sentire artistico contemporaneo: il concetto per cui scrivere -spiega l’autore citando Fallaci, «consiste nel ripetere cose già dette e nel ripeterle in modo che la gente creda di leggerle per la prima volta» (10[1]). Nel caso del neo- fantastico, si ri- crea, si ri- scrive secondo obiettivi rinnovati un genere - appunto quello del fantastico- dalla storia plurisecolare e assai prolifico, ma non sempre approfondito a dovere in sede critica - rimarca giustamente lo studioso: così nella rassegna delle varie definizioni, spiccano, nell’incipit, quella provocatoria di Borges- Casares, per i quali «tutta la letteratura è fantastica» (7); e quella, meno nota, di Landolfi - illustre rappresentante del genere, sovente poco considerato in ambito accademico - denuncia giustamente Zangrilli-, secondo cui il fantastico si annida nella realtà, «è tutto ciò che si manifesta in maniera anormale e incomune nei ritmi della vita» (7), è «tutto ciò che riguarda il mistero vivo in ogni parte o particella dell’universo» (7).

    Anche per Sciascia, ottimo conoscitore della tradizione fantastica, la riscrittura dei modelli di riferimento diventerebbe un mezzo utile a concentrarsi sul mistero di fondo alla base della nostra realtà quotidiana. Infatti, quando si sforza di cogliere «l’irreale nel reale» e i «colori fantastici della realtà» (13), da scrittore impegnato e civico qual egli è, Sciascia dipinge «la storia come una creatura nelle mani di uomini diabolici» (19), fondata sulla logica della sopraffazione ai danni del più debole. Con la sua opera, lo scrittore «si mette sempre dalla parte delle vittime e degli anti- eroi» (19), cercando di svelare, di portare alla luce «le ingiustizie millenarie a danno degli umili e dei meno abbienti» (19): e nel far ciò, mostra in modo mirabile come la trama torbida degli intrighi emergenti dalla cronaca storico- politica italiana superi di gran lunga il fantastico più spinto: raccontando i fatti della storia sotto le cangianti prospettive di “un umoristico gioco del rovescio” e spingendosi - per quanto attiene l’elaborazione del concetto di fantastico- oltre lo stesso Borges, Sciascia sembrerebbe sostenere l’idea per cui «la letteratura muta il fantastico in vero» (16) - argomenta con acume Zangrilli, offrendone poi valido riscontro nella disamina del saggio sciasciano su L’affaire Moro: qui elevato ad emblema dell’atroce mistificazione di cui può essere oggetto la verità dei fatti.

    Con pazienza certosina e ponderato argomentare, nei capitoli successivi il saggio si snoda delineando il particolare taglio dell’ispirazione sciasciana, ben radicata nel ricchissimo sostrato fantastico- folclorico della terra di Sicilia, un patrimonio a costante rischio di estinzione a seguito del progredire incontrollato dell’imperante “civiltà neocapitalistica”. Sopraffatti dal falso mito di un benessere omologante, vengono così meno i principi ispiratori dello scrittore neofantastico, per il quale «la vita è una catena di enigmi» e «una selva di misteri» senza i quali essa risulterebbe «piatta, monotona, vuota» (43), priva delle tante sfaccettature tipiche di una storia «piagata da numerosi mali» (43) che Sciascia ama vivisezionare «in ogni sua creazione con istanza morale» (43). Riflessioni centrali sin nel lavoro d’esordio del racalmutese, Favole della dittatura, una raccolta di ventisette racconti in cui caratteristiche e comportamenti animali, trasparenti rimandi agli omologhi umani, secondo un processo di metamorfosi e di scambio umoristico delle parti, rivelano le nefandezze di un potere insaziabile che alimenta se stesso. Una continua opera di demistificazione che Sciascia condurrebbe a più livelli - sottolinea Zangrilli- per poi risolversi a concludere pessimisticamente «che la realtà del passato, del presente e del futuro è sempre la stessa» (57), e a riservare solo una labile possibilità di riscatto al potere «donchisciottesco dell’arma della penna» (60), «dell’eroe che ha dalla sua parte la musa della letteratura che è voce della giustizia e della verità» (60).

    Il topos per cui la realtà «risulta più vera» (79) quando viene trasfigurata dalla riscrittura fantastico-letteraria, sostenuta dal vigile controllo della ragione, compare con forza anche nell’analisi del romanzo-apologo Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, un trasparente omaggio al pensiero voltairiano di cui Zangrilli prospetta la complessità tematico-testuale nella sezione «3. La maschera dell’innocenza». Nella vicenda spicca, in particolare, la personalità ambivalente del protagonista Candido - modellata su quella dello stesso autore- di cui questi rispecchia il carattere «pensieroso, avveduto e sornione del gatto» (69), «onnivoro lettore di libri» (69) che «coltiva la propria mente piuttosto che il proprio giardino» (69): gli strumenti base di cui si sostanzia la facoltà intellettiva, quella ragione che per lo scrittore racalmutese «è forza assoluta» (71), «libertà non solo di pensare e di sognare, di agire e di esistere» (71). Un mezzo potentissimo che risulta tuttavia insufficiente a contrastare la barbarie umana in contesti come quello profilato ne La strega e il capitano, romanzo- saggio del 1986, oggetto del cap. 4 «La strega nella trappola»: costruito sulla vera storia di una donna caduta nella “trappola” del Tribunale dell’Inquisizione e da questo condannata a morte per stregoneria, il testo fonde una mole di suggestioni per reiterare un concetto decisivo in Sciascia come negli autori postmoderni - ricorda bene il critico: l’idea di una storia «manipolata, trasformata, mistificata anche da coloro che hanno il potere della penna (-parola)» (83), e da sempre asservita alle logiche malate di una Giustizia mefistofelica e kafkiana.

    Si giunge così per gradi al nodo della tesi sin qui egregiamente dimostrata, con la descrizione della «Parabola della ri-scrittura» (cap. 5) ne Il consiglio d’Egitto di Sciascia: ben definita da Zangrilli come il «romanzo summa» (95) di questo autore, «forse il suo capolavoro» (95), l’opera, ripercorrendo il cliché del testo ritrovato e tradotto, si presenta come un’autobiografia fantastica, ambientata nella Palermo di fine Settecento. Qui, il fracappellano Giuseppe Vella, disincantato conoscitore del mondo e «maschera nuda» (106) dell’autore, nonché geniale manipolatore delle arti scrittorie, in complicità con l’avvocato Di Blasi, rappresentante della componente illuministica e, per così dire, “ortodossa” dello stesso Sciascia, genera «un’enorme impostura» - un gioco raffinatissimo tutto costruito sull’immagine di matrice pirandelliana della ri-scrittura in chiave ludico-umoristica- «non per evadere ma per raccontare in maniera più drammatica i tragici avvenimenti della storia» (111). Da sempre infatti, chiarisce bene Zangrilli, la versione “ufficiale” dei grandi eventi, decisivi per le sorti del mondo, è controllata - e, se necessario, stravolta- da chi detiene il potere: un fenomeno tanto più rilevante nell’attuale società globalizzata e postmoderna, obbediente alle logiche del grande capitale e dei mezzi di comunicazione di massa. Proprio in questo, vuol dirci Zangrilli, risiede uno dei principali meriti dello Sciascia: nell’aver compreso - come altri importanti scrittori postmoderni- che «la letteratura più fantastica è la bocca della verità» (99): «l’arte dello scrivere» - argomenta il critico- «mente perché vuol raccontare cose altamente autentiche e sincere» (99), al contrario di «certi approcci ermeneutici da bottega» (99)riscontrabili in alcune ricostruzioni ben lontane dall’accertamento della verità storica. Un compito arduo, in cui tuttavia, come denuncia il tragico finale della storia, perfino il nobile esercizio della facoltà intellettiva, supportata dagli strumenti del fantastico, è destinato a fallire in modo impietoso, risultando del tutto insufficiente «a fermare la barbarie[…]il male oscuro che si abbatte sulla storia» (131).

    La difficoltà di approdare ad una ricostruzione univoca dei fatti, finora analizzata rispetto al campo della macrostoria, caratterizzerebbe - secondo Sciascia- anche la ricostruzione dei ricordi individuali, catalogati da quella «memoria fantomatica», di cui si tratta nel cap. 6, a partire da un testo che ne rappresenta l’exemplum, il racconto lungo Il teatro della memoria. Imperniato sull’incredibile vicenda del cosiddetto “smemorato di Collegno”, il lavoro costituirebbe l’ennesimo caso di anti-racconto sciasciano: la dimostrazione che per questo autore «ogni cosa ha una doppia verità, anzi una pluralità di verità» (135), una convinzione che accomuna ancora una volta il Nostro al modello letterario spesso apertamente citato, il “padre benevolo” Pirandello. Risulterebbe invece del tutto infondata nel merito, e contraddetta dalle dichiarazioni degli stessi interessati - rivendica giustamente Zangrilli - la critica, spesso rivolta sia a Pirandello che a Sciascia, relativa alla presunta carenza di senso storico riscontrabile nell’opera di entrambi. Si tratta piuttosto di un equivoco, - rimarca il critico - legato al procedimento artistico, che per lo scrittore racalmutese procede dal particolare all’universale, dall’affresco di un personaggio capace di suscitare - giuste le parole dello scrittore- «un’affezione congeniale», «all’interpretazione di un ambiente e di un momento storico» (148).

    Il fondamentale interesse di Sciascia rispetto all’accertamento della realtà dei fatti è ribadito e traspare preponderante nel capitolo conclusivo del saggio, un’impeccabile sintesi dove tutti i motivi della poetica dell’autore, sin qui lucidamente tratteggiati, si ricompongono, rafforzandosi a vicenda nella particolare struttura narrativa de «L’apologo giallistico», oggetto del cap. 7: un genere, quello giallistico-poliziesco, strettamente connesso ai temi del fantastico per l’incertezza, l’ambiguità di fondo che lo contraddistinguono, prediletto e molto praticato da Sciascia, e rispetto al quale - tributa Zangrilli- questi si rivelerebbe secondo per maestria soltanto a Carlo Emilio Gadda, tra gli autori del secondo Novecento.

    Analizzando il complesso intreccio di espedienti diegetici cui fa ricorso lo scrittore e profilando le varie emblematiche figure di detective che ne rappresentano l’istanza letteraria, nelle considerazioni finali, il critico fa risaltare l’innata anticonformistica originalità di Leonardo Sciascia: un pensatore “scomodo” che affida alla riscrittura fantastico-immaginativa delle cronache individuali e collettive l’arduo compito «di mettere ordine nel caos universale» (192); procedendo allo studio dei dati ufficiali così da consegnarne una nuova versione, e, utilizzando gli elementi della microstoria, Sciascia «si serve del fantastico per arrivare alla macrostoria» (193) e quindi al dato astorico, antropologico in senso lato. Mostrando un’estrema padronanza nella continua contaminazione tra generi, mezzi e temi della narrazione, - conclude rigorosamente Zangrilli- egli dà vita ad una scrittura «eterogenea e variopinta, spigliata nei giochi misti» (193), forse non in grado di indicare soluzioni immediate, ma comunque capace di rischiarare quella «sterminata foresta di stranezze, di irrazionalità, di misteri» (193) in cui da sempre è immersa l’umanità.

 

Loredana Audibert

 

[1] D’ora in avanti, il numero tra parentesi tonde si riferisce a quello di pagina del testo in oggetto.

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