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Baldini, Ariosto alla radio

Domingo, 12 Noviembre 2017 08:12

Baldini AriostoAntonio Baldini, Ariosto alla radio, Pesaro, Metauro Edizioni, 2017, pp. 124, ISBN: 978-88-6156-118-2

Nella letteratura contemporanea la figura di Ludovico Ariosto autore dell’Orlando furioso diventa un mito riscritto e soggetto all’ermeneutica di un drappello di scrittori con temperamenti molto diversi (Ugo Ojetti, Alfredo Panzini, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Riccardo Bacchelli, Emio Cecchi, Massimo Bontempelli, ecc.). Già il giovane Pirandello poeta si ispira al capolavoro ariostesco con l’intento di riscriverlo in una nuova veste fantastica:

sciolto a la fantasia l’ala gioconda,
pe ’l fantastico ciel mi caccio a volo;
e la nube dei sogni mi confonda.
Udite. Da le pagine immortali
del divin Ferrarese a raccontare
una diversa favola di strani
versi a voi vengo.
Vi condurrò sotto un velame antico
a intender novo caso e nova pena.
(Saggi, Poesie, Scritti varii, Milano, Mondadori, 1973, p. 437)

 

In varie poesie di Mal giocondo (1889) il mondo di Ariosto, spesso popolato da animali chimerici, da figure dai poteri occulti e magici, dalla fitta materia del fantastico, viene evocato in chiave semiseria e con freschezza di immagini o trasfigurato come una prigione di malie, dove anche le serpi si metamorfizzano in “sirene” e in “ninfe”; alcune poesie sono vere e proprie rappresentazioni del fantastico postmoderno, assumono toni e temi della favola meravigliosa con immagini che esprimono gli stati d’animo, i turbamenti, e persino elementi di metapoetica del giovane Pirandello.

Nel saggio sull’Umorismo (1908) Pirandello articola un discorso attento sul procedimento creativo, e sui suoi principi estetici, filosofici, formali. Egli si sofferma a esaminare l’arte comica e umoristica di parecchi autori dal medioevo in poi. Mette in luce che il vero umorista deve essere un fabbro della “realtà fantastica” con intenti morali, il creatore e il poeta che abbraccia tutti gli aspetti della “verità fantastica”. Egli deve avere una naturale disposizione all’irreale e all’irrazionale, alla logica che “scompone, disordina, discorda”, raccogliendo dalla vita non può non rappresentare lo straordinario, l’incredulità, gli avvenimenti incredibili. Per lui Ariosto non è un vero umorista. Gli manca il contrasto, il rapporto a tre fra il sentimento, la fantasia, e la riflessione, in cui la riflessione non è qualcosa sentita ma qualcosa prettamente di esterno che non aiuta il poeta.

Un altro scrittore contemporaneo che si nutre dell’opera ariostesca è Italo Calvino. Nel 1967 l’autore dedica all’Orlando furioso una serie di trasmissioni radiofoniche (pubblicate nello stesso anno da Rai Eri). Per tre anni Calvino lavora sul materiale ariostesco, riscrivendo e ampliando, e porta alla luce un testo che è una specie di guida alla lettura, Orlando furioso di Ariosto raccontato da Italo Calvino, Torino, Einaudi, 1970. La presenza di Ariosto non solo è individuabile nelle opere inventive di Calvino ma anche in quelle di altri scrittori del secondo Novecento (Moravia, Morante, Bonaviri, Campialla, ecc.), compresi i racconti, gli elzeviri, gli scritti di non fiction, e il breve romanzo Michelaccio di Baldini. Nella vasta produzione di Baldini infatti abbondano le reminiscenze, le influenze, e i rifacimenti dell’arte ariostana. Tanto che si è parlato in vari studi dell’“ariostismo baldiniano”, compreso quello di Renzo Cremante intitolato Baldini, Ariosto e dintorni.

Ariosto alla radio raccoglie quindici letture radiofoniche che Baldini fa dal 4 ottobre 1950 al 16 gennaio 1951. Sono letture che gli permettono di spaziare nel mondo ariostesco con approcci e stili diversi, anche se la sua penna rimane spesso ligia alla prosa d’arte, costella qua e là di squarci lirici e finanche aforistici (“un gran poeta è anche spesso il gran fanciullo” 29; “la fantasia dei poeti è giovane una volta sola” 92). Baldini si rivela un critico fantastico anche perché è interessato a illuminare argomenti ignoti o poco trattati dalla critica. Molti di essi mostrano il taglio della critica comparata. Ne è esemplare l’analisi che mostra come Ariosto sia indebitato alle opere degli autori del mondo classico, specie della mitologia greca che è uno degli elementi cardini con cui arricchisce la sua favola, sia influenzato da Boccaccio, Poliziano, Pulci, e in modo particolare dall’Orlando innamorato di Boiardo: “dell’opere del suo geniale predecessore e corregionale egli prende - personaggi, ambienti, circostanze - solo quello che gli fa comodo e nel punto che più gli comoda; il che gli consente, conforme l’alacre natura del suo genio, di non perdere tempo nella presentazione di personaggi e nella reimpostazione di situazioni ormai consacrate dalla poesia cavalleresca” (1). Dedicando un intero capitolo all’analisi comparativa del Rodomonte di Boiardo e quello di Ariosto, Baldini finisce per elogiare la valenza artistica dell’affabulazione ariostesca specie delle “gesta” di Rodomonte a Parigi: “l’arte del poeta ha fatto una delle sue prove maggiori” (28).  

In più occasione si ha l’impressione che Baldini, esaminando l’universo ariostesco, stia realizzando una singolare autobiografia di intellettuale, dato che vi trova le immagini degli scrittori amati (Orazio, Dante, Tasso, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Verne, ecc.). E addirittura trova quella di Salgari in apertura e in altri luoghi del poema: “entrato nel Furioso con la commendatizia del Corsaro Nero, ci trovai dentro tante belle storie, oltre che di terra e di mare” (40). Sono tutte storie che compilano un’opera cui l’autore lavora per una vita, quasi più di vent’anni, di continuo la sottopone alla revisione e ne fa tre edizioni: quelle del 1516 e del 1521, e quella del 1532 che aumenta di sei canti rispetto alle precedenti; e si ribadisce che con il passar degli anni la penna ariostesca “non saprà più porsi sulla carta con la leggerezza di una volta” (91).

Di parecchie storie Baldini riassume la trama con rigore sintetico e con un linguaggio nitido e laconico, le commenta con finezza esegetica, largendo giudizi di critica sagace e di valore estetico, nei quali tesse le tesi sull’operare dell’autore di insigni studiosi, da De Sanctis a Croce, a Tilgher, come le idee ariostesche degli interventi di Leopardi e di Carducci.

Quasi ogni lettura di Baldini pare concentrarsi sul trattamento di un personaggio principale in cui innesta le numerose azioni di altri personaggi del Furioso che possono essere importanti o meno importanti, azioni che si ramificano in ogni direzione, spesso inscrivendo fughe inarrestabili, come ricerche appassionate, spasmodiche, folli. Di cui è esemplare l’innamorato Orlando che ricerca Angelica, che sente la sua voce e non riesce a trovarla, che non riesce a capire come si sia unita a Medoro, che è logorato dalla gelosia tanto che perde il senno e non è riconosciuto quando lo incontra Angelica assieme a Medoro. Una vicenda che porta Baldini a pensare che, nel poema del Furioso, l’Ariosto abbia tracciato una particolare autobiografia nutrita dalla disperazione, “abbia più che sfogato, nascosto una sua grossa pena d’amore” (12).

Baldini indugia a lungo a valutare gli avvenimenti cruenti, feroci, irrazionali di Orlando, ma salvato dalla Fortuna. La quale è simboleggiata dall’intervento del cugino paladino, Astolfo, che volando in groppa all’Ippogrifo si reca sulla luna a riprendere il “senno” di Orlando per rinsavirlo. Nella raffigurazione di questa avventura straordinaria Baldini impiega la tecnica dello spostamento e del passaggio verso altri orizzonti, ed evidenzia che la potenza della fantasia del poeta, diramandosi, si arricchisce al punto di inglobare una serie di generi e di sottogeneri: “è tale che tutto quello che assume, assume in funzione di favola, l’epica e la mistica, la satira e l’encomiastica, purché s’accordino a quel tipo di favola ch’egli ha presente per il suo poema cavalleresco” (20).

Tra la sterminata folla dei personaggi che popolano il poema ariostesco, Baldini indubbiamente preferisce Astolfo. È ammaliato dal continuo impegno del paladino del terreno nel meraviglioso. Se nei precedenti racconti cavallereschi, come il Morgante di Luigi Pulci, Astolfo appare uno spensierato disposto al divertimento, allo scherzo, alla millanteria, eppure con un buonsenso quasi del tutto assente in altri cavalieri, in quello ariostesco figura un personaggio molto serio, vive e opera a guisa di un mago saggio, probo, eroico, con la virtù di compiere un’infinità di eventi prodigiosi, enumerati con estrema sinteticità da Baldini nello spazio di più pagine:

è il personaggio che ha più le mani in pasta in tutto ciò che sappia di miracoli e d’incanto: è lui che per la durata di ventidue canti ha in consegna dell’Ippogrifo ed è in possesso di quel corno fatato alla cui voce nessuno può resistere, è lui che avendo in tasca il libretto regalatogli dalla fata Logistilla, che lo avverte e premunisce per ogni incantesimo, è messo nella condizione di vincere qualsiasi fattura, ed è lui che fa andare in fumo il castello d’Atlante mettendone in libertà cavalieri e donzelle, e suonando a distesa il corno mette in fuga lo stesso Negromante, e caccia le Arpie che infestano la reggia del regus Pretegianni, e sgomina le ventimila femmine di Alessandretta; è lui che imprigiona in un otre il vento del deserto perché non abbia ad ascoltare la marcia dell’esercito Nubiano verso Biserta, e muta i sassi in cavalli e le foglie in navi. (84)

Astolfo sembra una creatura che vive nel vortice non solo della metamorfosi ma anche dell’ubiquità, simultaneamente si trova qua e là, quasi in ogni parte del pianeta, grazie anche alla virtù volante del suo Ippogrifo. Nelle funzioni fantastiche di Astolfo che di continuo si accumulano e si accavallano, Baldini individua un Ariosto che fa attenzione al peso della realtà e che rappresenta il tutto con la tempra ora della favola meravigliosa ora del realismo magico ora del surrealismo, e con una tirata ambigua, attesta che l’arte ariostesca è “fatta di tutto e di niente” (87).

In altre circostanze suggerisce che quest’arte è avanguardistica. Soprattutto nel senso che inserisce il reale nella dimensione del sogno, dell’irreale e del mistero; che rinfresca non pochi tropi del fantastico convenzionale, come quello delle figure, dame e cavalieri, che animandosi balzano fuori dagli arazzi e vanno in giro in silenzio e a guisa di anime in preda alla pena; che in tanti episodi si rivela il precursore del favoloso gotico; che con le sue tecniche narrative e le sue vicende influenza il mondo del cinema.

Baldini è affascinato dal metodo ariostesco di sviluppare il rapporto di una dovizia di coppie, da Orlando ed Angelica a Ruggiero e Bradamante; il loro amore che prende pieghe differenti ed opposte, persino idilliche e tragiche; l’operare di un gruppo di donne, come il loro gioco insidioso, diabolico, favoloso; l’azione dalla maga Alcina e della fata Melissa, come quella di altre streghe e di maghi benigni e maligni, o quella di oggetti fatati (ad es. un anello). Nel poema abbonda l’immagine femminile paragonata al regno animale, collocata nel seno dell’avventura, raffigurata con il dono della bellezza. Bradamante è presentata sia come una donna con la doppia personalità, l’una maschile e l’altra femminile, sdoppiata e mascherata, sempre in cerca dell’uomo del cuore, Rugiero, e sempre pronta a guerreggiare e a sfidare rinomati cavalieri cristiani, saraceni, pagani; sia come una figlia devota al babbo e alla mamma, simboli dell’amore che è la religione della sua vita.  

Il poeta ferrarese si diverte descrivere gli aspetti corporei e a seguire i viaggi avventurosi dei suoi personaggi che non stanno mai fermi, che spinti dalla smania, dall’angoscia, e dall’inquietudine, vanno dappertutto, in mare con navi non sempre ben equipaggiate e le loro battaglie diventano dure e sanguinose, e in terra con cavalli che li smarriscono dentro misteriose foreste. Non solo gli aspetti crudeli e feroci di tanti personaggi ma anche tanti paesaggi, specie quello con le caratteristiche dell’eden, sono ritratti dalla penna di un Ariosto pittore che fa alta poesia, anche se nella sua intenzione del poeta “il paesaggio non ci sta mai per se stesso; ma sempre in istretta funzione di un’azione e di un personaggio” (66). E si suggerisce che Ariosto fotografa tutto attraverso lo schema magistrale e incantevole delle sue ottave: “ottave che esauriscono senza residuo una scena, una situazione, con immagini così bene dedotte e organate, che riempiono senza lacune tutti i meandri degli otto versi. Piccoli mondi a sé. Microcosmi descrittici” (69); cioè fotografando egli produce un carosello di ottave (“c’è l’ottava-borgata, c’è l’ottava-giardino, l’ottava-cavallo, l’ottava duello, ci sono ottave-palazzo”, ecc. 70) che hanno una ricca variazione di generi, di rime, di toni stilistici e lirici.

Ariosto alla radio è un bel libro che va letto dagli amanti della letteratura fantastica e non fantastica, soprattutto per capire meglio come Ariosto ci abbia regalato un capolavoro che, come tutti gli altri capolavori, non muore mai, è sempre attuale.

 

Franco Zangrilli

City University of New York, Baruch C.

    

 

 

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