Publicado en Reseñas

Elio Vittorini, simbología del alimento

Jueves, 10 Mayo 2018 03:59

zangrilliFranco Zangrilli, La tavola vuota. Simboli cibari in Vittorini, Sampognaro & Pupi, Siracusa 2018 

Procedendo all’analisi sistematica delle complesse stratificazioni socio-culturali legate al simbolismo cibario nella produzione di Elio Vittorini, lo studio di Franco Zangrilli si misura con originalità con il vasto repertorio critico relativo al rapporto gastronomia-letteratura. Infatti, come è noto, il cibo e la nutrizione sono elementi fondamentali, talmente indispensabili alla sopravvivenza da essere spesso utilizzati come impliciti e simbolici referenti della vita stessa, in ogni suo aspetto, secondo un motivo topico nel patrimonio culturale occidentale dalla Bibbia in avanti. Un rapporto essenziale e ben noto, che in Vittorini, scrittore sperimentale maestro del gioco del rovescio e dalla polisemia umoristica, teso a scoprire contraddizioni e misteri del reale attraverso le alchimie sovversive della penna letteraria, viene sempre piegato verso significati “altri”, secondo una cifra stilistica che Zangrilli ben identifica nell’iconografia della “tavola vuota” o “della natura morta”: un’intricata poetica dell’assenza, fisica ed esistenziale, molto frequentata nell’arte novecentesca, cui alludono sagacemente anche i raffinati elementi paratestuali (dal dipinto di Felice Casorati in prima di copertina alle citazioni poste ad epigrafe di ciascuna sezione). 

A questo si aggiunge l’approfondimento storico-sociologico sulla diversa valenza assunta dagli elementi gravitanti intorno all’alimentazione, nel torno di tempo in cui si dispiega l’attività dello scrittore siracusano, ossia dal ventennio fascista fino alla ripresa economica postbellica coincidente con l’avvento della società dei consumi, postmoderna e neocapitalista. La dolorosa percezione della fame, il senso di cocente privazione del “mondo offeso”, argomenti molto presenti nelle opere ambientate in tempo di guerra, cedono in seguito spazio all’indagine sui bisogni alimentari indotti dai gruppi internazionali del potere capitalistico; mentre nuove forme di schiavitù implicano la riduzione dell’uomo da essere pensante a mero consumatore di beni. Ciò che comunque non varia - chiosa efficacemente Zangrilli - è il vuoto esistenziale incolmabile su cui si protende l’ansia vorace dei personaggi, per i quali cibarsi è «un rito infelice e maledetto», «una dannazione emanata da una forza soprannaturale e da un destino nemico», l’atroce conferma del tragico assurdo che sottende al reale. 

Un altro ingrediente determinante nelle composizioni vittoriniane - su cui a ragione insiste l’analisi in oggetto - deriva dalla continua interrelazione tra piano metaletterario e riflessione culinaria, un inestricabile gioco di rimandi dai difficili equilibri, che costituisce una trasparente metafora dei mirabili poteri realizzati dalla scrittura. Un accostamento peculiare cui Vittorini accede spaziando con maestria tra i toni del fantastico, con il recupero di movenze e stilemi variamente assimilabili al genere fiabesco, alla poetica del realismo magico o ad un’ispirazione che, sconfinando talora nel marcato surrealismo, rivendica la forza utopica e rigeneratrice insita nella pratica letteraria. 

È quanto emerge, ad esempio, dalla satira feroce esercitata dallo scrittore siracusano ne Il Brigantino del Papa, romanzo d’esordio pubblicato postumo e caratterizzato dai toni “becero-selvaggi” di stile e contenuti, con una componente fondamentale della diegesi orientata ad esplorare il tema dei piaceri della gola: libagioni, baccanali e consumo smodato di cibo, insieme ad altre incredibili trasgressioni, cui si abbandona il Pontefice del titolo, diventano nel testo l’espediente narratologico da cui rileva la progressiva demistificazione dei mali della Chiesa di Roma. 

Ben diversa la valenza euristico-gnoseologica attribuita all’alimentazione nel capolavoro Conversazione in Sicilia, cui è dedicata la sezione Sapori d’infanzia. Nel corso di un viaggio a ritroso, che si configura essenzialmente come un itinerario interiore, volto a sondare i meandri di una coscienza che ha smarrito se stessa, vinta dalla consapevolezza della propria insufficienza dinanzi alle abominevoli ingiustizie che affliggono i più deboli di ogni latitudine, il protagonista Silvestro s’immerge nel dolce fiume dei ricordi evocati dal cibo delle origini. Ma il privilegio implicato da questa scelta porta subito alla luce l’irrimediabile divaricazione di censo con gli isolani, costretti a vivere dei magri proventi ricavati dalla vendita degli agrumi. Nell’incontro con il «piccolo siciliano» che si nutre di sole arance, ancora una volta - suggerisce il Critico- il cibo diventa per Vittorini «una metafora della vita», «uno strumento efficace a mettere a fuoco gli aspetti della psiche, del carattere, della condotta», nonché un nutrimento «velenoso, tossico e maledetto» (cfr. pp. 25- 28), quasi una condanna accettata a malincuore ad una condizione che appare immodificabile. Il simbolismo alimentare - quasi a contraltare della sequenza precedente - continua a dispiegare i suoi “miracolosi” effetti durante il salvifico incontro del protagonista con la madre Concezione. Il vortice di piacevoli sensazioni, condite dal sentimento mitigatore della nostalgia, trova un referente concreto nell’essenziale aringa con cui la donna rifocilla il figlio, prodotto ittico da tempo immemore fulcro dell’alimentazione locale ed occasione irrinunciabile per la rievocazione di un fiume di notazioni culturali, massime di saggezza popolare ed insieme echi intertestuali della miglior letteratura, puntualmente precisati nel corso della disamina. 

Questo perché - enfatizza a ragione Zangrilli- per Vittorini nutrimento del corpo e sostentamento intellettuale, immaginazione e fertile scambio comunicativo, costituiscono un inscindibile binomio che trova un’ambientazione d’elezione nei momenti conviviali trascorsi a tavola. Ma nessun progresso, nessuna emancipazione sociale può darsi quando la spasmodica ricerca del cibo occupa ogni pensiero e rappresenta la preoccupazione primaria, come accade ai malati indigenti descritti nel romanzo: un mondo del “sottosuolo” ridotto in uno stato di così cupa deprivazione da evocare tentazioni antropofaghe, abbrutimento morale, rigetto del libro come cibo della mente in luogo di beni materiali. È una condizione avvilente, a tal punto che neppure gli auspici umanitari della triade di personaggi portavoce delle istanze autoriali (Silvestro, Ezechiele, Calogero), neppure le virtù obliteranti del bagno di vino cui costoro si lasciano andare nel finale possono sperare di portare sollievo, lasciando intuire che a questo male profondo e irredimibile deve temporaneamente cedere perfino la potenza immaginativa dell’arte. 

Il leitmotiv della tavola vuota approfondisce la sua portata e si articola sotto ogni aspetto nel corpo centrale del testo, dedicato ai romanzi in cui l’autore insiste sui patimenti della penuria ali-mentare, da intendersi non soltanto come gravissimo problema sociale ed umanitario, bensì quale elemento sovvertitore nei rapporti interpersonali, capace di mutare il corso della storia. Ad esempio, ne Il Sempione strizza l’occhio al Frejus, emerge il particolare senso di colpa connesso all’atto della nutrizione, quando non tutti i componenti del nucleo familiare riescono a goderne in pari misura e, nel contempo, la responsabilità morale addossata al soggetto improduttivo suo malgrado e pur consumatore di grandi quantità di cibo. Anche nella fiaba nera di Erica, quasi novella Cenerentola senza lieto fine, miseria e stenti risultano determinanti nel processo di degrado morale dei rapporti familiari, al punto da indurre la coppia genitoriale all’abbandono dei figli minorenni. In un mondo in cui gli egoismi personali si moltiplicano e la legge della salvezza individuale calpesta gli impulsi solidali - vuol dirci Vittorini - e con lui il Critico, talvolta perfino la capacità di resistere ai morsi della fame può acquisire una valenza decisiva, se ciò significa evitare di scendere a compro-messi con le nefandezze di chi esercita il potere: come accade ai partigiani di Uomini e no, vittime sacrificali mai prone all’efferata bestialità dei padroni nazifascisti, in una narrazione che si tinge di sarcasmo tragico e sostiene la composita metafora dell’uomo antropofago, quanto mai adatta a ri-trarre oppressori e despoti di ogni tempo. 

L’Autore del saggio intende così rimarcare come l’elemento cibario, intorno al quale ruota una congerie di motivi filosofici, antropologici, sapienziali in senso lato - accuratamente descritti nella trattazione - racconti in modo esaustivo il volgere delle ere storiche e dei mutamenti sociali; come si riscontra ne Le donne di Messina, in cui l’utopica comunità evangelico-marxista al centro della vicenda, nel tentativo di rinascere dalle devastazioni belliche, ritorna alle tradizioni culturali della civiltà agreste (tra le quali la produzione di beni primari come il frumento), ma è infine costretta a cedere all’avanzare dei nuovi miti postmoderni imposti dalla nascente globalizzazione. Il culto della ricchezza facile emblematizzato nel dopoguerra dagli Stati Uniti - sottolinea Zangrilli - trova subito un efficace correlativo alimentare nell’ossessiva elencazione - con cui Vittorini infarcisce il narrato - di “nuovi” cibi e beveraggi, prodotti massificati a livello industriale e disponibili a profusione a basso costo; onde le criticità emergenti, agli albori di un mondo neocapitalistico inquadrato con lungimiranza da Vittorini, piuttosto che concernere la sopravvivenza in senso stretto, riguardano invece l’inesorabile metamorfosi dell’uomo postmoderno a mero consumatore, con la drammatica perdita di memoria storica e senso critico che a questa si accompagna, e la prospettiva di un assoggettamento incondizionato della popolazione mondiale al potere indistinto delle multinazionali globalizzate. 
 

Per fortuna - e non potrebbe essere altrimenti - la strumentalizzazione capitalistica delle necessità alimentari non potrà mai cancellare o sostituire la componente conviviale della tavola, ossia il valore conoscitivo intrinseco all’atto della nutrizione: un concetto centrale nella poetica vittoriniana riproposto abitualmente attraverso la rielaborazione in chiave letteraria di traslati attinti al contesto culinario, tali da incidere l’idea dell’arte come cibo ristoratore per lo spirito, indispensabile fonte di istanze di miglioramento sociale. Così, mentre la maggior parte dei personaggi, non potendo contare sulla presenza di vere pietanze, si alimenta di sogni e ideali, oppure tenta di fingere l’idillio della tavola borghese, alcuni di essi sviluppano la parlata demistificante dell’autore e ricamano il panegirico dell’arte scrittoria quale alimento prelibato per gli appetiti della mente, della strabiliante potenza della parola ben modellata dalla creatività, unica ancora di salvezza in una vita segnata dalle privazioni. 

In definitiva, cogliendo con lucidità tali nuclei fondanti nell’ispirazione gastronomico-letteraria dello scrittore siracusano, la disamina di Zangrilli prospetta una dettagliata e utile analisi della moltitudine di significazioni cibarie presenti nell’opus vittoriniano; e restituisce la giusta centralità ad un motivo solo in apparenza settoriale, corredando il denso argomentare con l’inserimento di ampi stralci testuali. Il saggio, che dimostra rilevanza e varietà della casistica alimentare anche nelle opere in cui essa appare meno presente a livello quantitativo, si completa con un’interessante appendice dedicata alla figura dell’italianista sovietico Lev Verscinin e alla corrispondenza epistolare da questi intrattenuta con i più significativi esponenti della cultura italiana del Novecento, tra cui proprio Elio Vittorini: ad ulteriore conferma del ruolo internazionale, eterodosso, “rivoluzionario” ante litteram rivestito da questo intellettuale a tutto tondo, in grado di smentire in punta di penna paventati oscurantismi e barriere politico-geografiche soltanto presunte.

Loredana Audibert

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