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Dirsi anarchici oggi

Domingo, 16 Septiembre 2018 06:54

Salvo VACCARO Anarchist studiesSalvo Vaccaro, Anarchist Studies. Una critica degli assiomi culturali, Milano, Elèuthera, 2016, 143 pp.  EAN: 9788898860333

Dell’anarchismo, ancora. Così s’intitola la prefazione, e così potrebbe intitolarsi (o sottotitolarsi, come nella traduzione francese) questo volumetto, che segue altri dell’autore dedicati a una possibile, necessaria ricollocazione del pensiero anarchico, in prima persona plurale, da attivisti, nella società e nel quadro filosofico – ovvero all’incrocio tra pensiero e azione, appunto, ma qui con una decisa preponderanza del primo – contemporanei. Non è tanto una disanima puntuale degli “assiomi” culturali del nostro tempo, bensì un’ulteriore puntualizzazione che procede, talvolta nomadicamente, per questioni cruciali (autorità; biopolitica e potere; ontologia dello Stato; rappresentanza e rappresentazione dell’unità; sapere e conoscenza), nella convinzione che sia anzitutto vitale, al di là di etichette di comodo, strappare l’anarchismo al destino comune a qualsiasi ideologia forte: di sottrarlo, cioè, a ogni forma di immobilismo, per farne una teoria-pratica del nostro tempo. Non si tratta ancora, avverte l’autore, di far tabula rasa del passato, bensì di riprendere e riattivare strumenti di analisi carichi di memoria per dotarli di un senso inedito, per declinarli in altra maniera, per iscriverli in una grammatica politica diversa. Tre sono le sfide che il XXI secolo lancia all’anarchismo, sotto forma di altrettante questioni; tre fuochi, sempre quelli: potere, soggetto e rivoluzione. Da qui bisogna far ripartire il viaggio verso l’utopia, i cui numi tutelari – non sembri irriverente questa metafora – restano i grandi pensatori del Novecento: Foucault e Deleuze, innanzitutto, ma anche Jacques Derrida e Reiner Schürmann.

“L’anarchismo è una filosofia?”, si chiede Vaccaro all’inizio del terzo capitolo, dedicato allo scontro tra ontologia dello Stato e anarchia. La stessa pluralità dei pensieri anarchisti rende difficile la loro riconduzione a un’unità e di conseguenza a una specifica “filosofia”. Ebbene, se c’è una ragione che spiega perché l’anarchismo si limiti a vivacchiare nell’arena sociale, questa va trovata proprio nella sua refrattarietà alla contaminazione e al meticciato, a mischiarsi con teorie e pratiche che provengono da altri contesti culturali. Si tratta, semmai, di riattivare la rabbia, intesa, arendtianamente, come motore dell’azione trasformatrice.

Si comincia, ovviamente, dal concetto di autorità. Qui i nomi da fare sono quelli di Kojève, Weber, Arendt e, prima ancora, La Béotie. Una categoria implicita difficile da scardinare è quella che non riconosce un’economia della violenza nella pretesa dell’autorità di produrre obbedienza “spontanea” sempre e comunque. Tale supposta spontaneità è prodotto di un’operazione discorsiva, come quella che instaura la cornice, pure da scardinare, data dalla divisione tra governanti e governati, tra dominanti e dominati. Decisiva è anche l’idea, mutuata appunto da Kojève, che l’autorità, più che nel passato, trovi la propria giustificazione nel futuro, nell’idea di progresso programmato. È il dominio del tempo, altro caposaldo dell’autoproduzione autoritaria. Questa, in ultima istanza, si presenta come una sorta di mistica, giacché – e qui si segue Derrida – l’autorità, come la legge, pretende di fondarsi su sé stessa, imponendosi in definitiva come violenza senza fondamento.

Il secondo capitolo torna sui concetti, oggi al centro di tanta filosofia (italiana), di biopolitica e su quello della visibilità del potere, a partire dall’analisi sempre attuale dei “due corpi del re” messa a punto da Kantorowicz. Ma è ovviamente Foucault e la sua nozione di dispositivo, strettamente legata a quella di micropotere, il punto di riferimento dell’excursus di Vaccaro: passando dalla dimensione della sovranità a quella di governabilità, il focus è portato sulle dimensioni discorsive e regolatrici del potere, che nella società contemporanea si sottopongono a un processo di “orizzontalizzazione” all’infinito, che supera l’idea tradizionale di verticalità del potere nel rapporto tra governanti e governati. La dominazione sul territorio ha ceduto il passo a una sorta di imitazione delle connessioni sinaptiche proprie di ciò che chiamiamo postmodernità, e il regime di visibilità del potere si basa sugli sguardi anonimi e invisibili che scrutano ogni minimo recesso della nostra esistenza: in una sorta di visibilità invisibile data dalla stessa moltiplicazione di questi sguardi. Siamo dunque in presenza di un regime tecno-scopico autoreferenziale, privo di attori, che tende alla trasparenza assoluta. Il risultato è un potere che si fa sempre meno afferrabile nella sua auto-costituzione.

Non si può non partire da quell’a- privativa che fonda la parola, prima ancora della cosa, anarchia per affrontare la questione dell’ontologia, che – tradizionalmente – per Vaccaro significa appunto installare un’essenza all’arché del mondo. Essa si affiderebbe al logos inteso come dispositivo, non condiviso da tutti (in opposizione al nous, che sarebbe invece comune: interessante a questo punto proporre al filosofo italiano un confronto con la lettura che dei presocratici – e di Eraclito, in primis – ha proposto qui in Spagna Agustín García Calvo, anarchico eretico, fondata invece, filologicamente, proprio sull’idea di logos come razón común), finalizzato a un’operazione sovrana di cattura, a una selezione gerarchica tesa a determinare la verità del mondo, escludendo la possibilità di pensare al di là dell’arché, e dunque svuotando di senso qualsiasi forma di pensiero anarchico. Così come è necessario rinunciare a un’ontologia che blocchi il flusso del tempo e della vita riducendoli a sostanza, nemmeno la riconciliazione (Versöhnung) tra essere e mondo nella dialettica hegeliana che chiude la storia può essere accettata: il pensiero anarchico è, per definizione, un pensiero da non riconciliati (nicht versöhnt, per citare un altro anarchico sui generis, Jean-Marie Straub). Se ontologia deve essere, sarà quella deleuziana della differenza, del regime del simulacro, della logica del divenire-multiplo in cui si dà la vita non imbrigliata, del mondo delle “distribuzioni nomadi e delle anarchie incoronate”. Da qui scaturisce anche un’idea di libertà, mutuata da Simon Critchley, che non elude la responsabilità, ma anzi la costituisce.

Vitale è pure la critica dell’unità, che non può essere a sua volta che critica del dispositivo della rappresentazione in virtù del quale la società si fa appunto sostanza unitaria, nella mimesis della teologia descritta da Hasso Hofmann, ma anche rappresentazione come maschera sulla quale si fonda la macchina finzionale dell’autorità politica. Ecco allora che appare utile contrapporre all’unità la multitudo, la moltitudine che rifiuta qualsiasi riduzione alla rappresentabilità. Il vivente nudo, zoé, che non si lascia ingabbiare, ridotta a forma-di-vita, nello “zoo della vita esposta”. Anche qui diventa centrale la ricerca di un’ontologia “altra”, non gerarchica, una volta di più sotto il segno della differenza e della ripetizione deleuziane, superando sia la tirannia dell’identità, sia la diade uno/multiplo.

Nell’ultimo capitoletto si torna sulla questione del sapere-potere, ancora in chiave foucaultiana. La disseminazione del sapere e del potere che seguì il 1968 aprì nuovi orizzonti, con il superamento della contraddizione tra unità e frammentazione. Tra sperimentazioni extra-istituzionali, esplorazioni interiori e costruzioni di comunità alternative, cinquant’anni fa sembrava finalmente avverarsi l’emancipazione delle minoranze invocate da Kant e dall’Illuminismo. Ma subito arrivò il contrattacco: la fine della gratuità del sapere (ovvero il suo svincolarsi da una finalità pratica e la sua disponibilità a una critica illimitata), la precarizzazione, il culto del mercato del lavoro, ecc. L’imperativo di sottrarsi al “sistema”, ovvero all’irreggimentazione del sapere e del potere, per costruire nuovi flussi di sapere e nuovi modi di articolazione del potere liberati dalla gerarchia, si fa, oggi più che mai, pressante.

Salvo Vaccaro insegna Filosofia politica all’Università di Palermo. Autore di numerose pubblicazioni, da almeno quarant’anni è un attivista del movimento anarchico in Italia.

Paolino Nappi

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