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Scritture dell’io, rappresentazioni del sapere

Domingo, 16 Septiembre 2018 06:58

cicala copertinaDomenica Elisa Cicala, Ego-grafia settecentesca. La finzione letteraria dell’io nelle scritture autobiografiche di Vico, Giannone e Genovesi. Franco Cesati, Firenze, 2017, 175 pp. ISBN: 9788876676673 

Ego-grafia settecentesca. La finzione letteraria dell’io nelle scritture autobiografiche di Vico, Giannone e Genovesi è firmato da Domenica Elisa Cicala, docente di didattica delle Lingue e Letterature romanze presso l’Università Cattolica di Eichstätt-Ingolstadt. La studiosa è già autrice di alcune interessanti pubblicazioni: oltre ad altri contributi sull’autobiografia settecentesca, ricordiamo la monografia Umorismo ante litteram. La concezione umoristica pirandelliana in opere narrative anteriori al 1908, numerosi saggi sull’opera di Pirandello e su autori del Novecento, nonché sull’uso didattico di opere letterarie, filmiche e musicali. Il volume si inserisce nella collana, diretta da Franco Musarra, ‘Strumenti di Letteratura Italiana’, della casa editrice Franco Cesati di Firenze.

La struttura del libro risponde a uno schema chiaro: si divide in sette capitoli di cui il primo funge da introduzione ed è di fondamentale importanza per la lettura dei capitoli successivi, in quanto fornisce tutti gli strumenti utili a comprendere le finalità di uno studio eccellentemente condotto. Vi troviamo, infatti, nozioni di base circa l’autobiografia, a partire dalle fasi di sviluppo di un genere che è stato oggetto di studio a partire dalla metà del Novecento. In primo luogo, si raccolgono le definizioni più significative, intorno alle quali si sono formate delle vere e proprie scuole di pensiero: da quella di Gusdorf, che paragona l’autobiografia a uno specchio nel quale l’autore e protagonista letterario riflette la propria personalità e ne fa uno strumento privilegiato per la conoscenza di sé stesso, nel processo di edificazione e rappresentazione di una coscienza, a quella della studiosa francese Elizabeth W. Bruss, la quale intende l’autobiografia soprattutto come atto letterario, situato in uno specifico contesto culturale. Ovviamente sono molte altre le definizioni riportate e discusse, tutte corredate da note bibliografiche fondamentali per il lettore che voglia approfondire, ciò che mette da subito in risalto il lavoro approfondito e dettagliato svolto da Cicala. A seguire l’autrice ci ricorda come il genere autobiografico abbia dei confini labili che sfociano in altri generi consimili; un primo esempio è il diario, ma analogie importanti sussistono con lo stesso genere romanzo, anche per il fatto ovvio che l’autobiografo può fornire una narrazione finzionale delle proprie esperienze. Un confine sottile è naturalmente pure quello tra autobiografia e biografia. La discussione delle definizioni proposta da Cicala permette al lettore di comprendere a fondo un genere che, forse contrariamente all’opinione generale, si presenta molto complesso.

L’autrice ricorda poi che nel suo libro l’autobiografia è piuttosto intesa come “ego-grafia”, definendone la duplice funzione in riferimento alle Vite di Vico, Giannone e Genovesi che saranno oggetto precipuo dello studio. Esse infatti sono definite prima di tutto come narrazione del cursus studiorum dei rispettivi autori, la qual cosa dota l’autobiografia di una specifica funzione formativa per il pubblico; sempre in riferimento alle Vite dei tre intellettuali del Settecento, è possibile definire un’altra funzione peculiare dell’ego-grafia, ossia quella di evocare la realtà storica e culturale in cui l’autobiografo è inserito. Cosa fa dunque l’io letterario? L’autrice fornisce una risposta interessante: egli diventa per il lettore fonte di espressione della sensibilità storica, sociale e letteraria della sua epoca. 

L’ego autobiografico è subiectum, ossia soggetto sottoposto ai codici culturali della sua epoca, che inevitabilmente prevalgono sul sostrato emotivo perché portatori delle convenzioni che operano alla formazione della fictio culturale. L’approfondimento sul genere autobiografico termina con una definizione della stessa autrice, che merita di essere riportata: “L’autobiografia non si limita alla narrazione della vita di un soggetto, ma comporta sempre un valore ermeneutico che implica la presenza di un’interpretazione polisemica che scaturisce dalla natura funzionale del mezzo culturale che, investendo l’io sotto molteplici aspetti, presenta in una forma narrativa il ricordo di fatti vissuti”.

Prima di iniziare la lettura dell’analisi dell’ego-grafia dei tre autori del Settecento, funzionale a tracciare le peculiarità dell’ego-grafia in quest’epoca, il lettore è messo al corrente dei punti di osservazione da cui muove l’indagine. In tal senso, e al fine di osservare come il narratore prende le distanze dal protagonista, si considera dapprima la fenomenologia dell’io protagonista secondo quattro isotopie: l’essere, il vedere, il parlare e il fare. Vi si affianca poi lo studio del rapporto dell’io letterario con il contesto storico, sociale e culturale in cui è inserito, focalizzando l’attenzione sull’écriture du moi in rapporto alla categoria del tempo, quello della storia e quello del racconto, lungo le tre dimensioni temporali: passato, presente e futuro. Infine, si individuano e si descrivono i caratteri proprio del modus scribendi di ciascun autore.

L’autrice procede con un’analisi specifica e approfondita di ogni opera, per poi attuare una comparazione in cui soffermarsi su analogie e differenze. Il risultato finale è una mappa che contiene gli elementi portanti dell’ego-grafia del primo Settecento. 

Nel secondo capitolo si presenta l’ambito culturale del dibattito letterario dei primi anni del secolo, l’epoca in cui si inserisce la scrittura delle Vite di Vico, Giannone e Genovesi. Proprio in quel periodo il conte Giovanni Artico di Porcìa, poeta tragico e fratello del cardinale Leandro, vescovo di Bergamo, lanciò ai letterati italiani uno specifico Progetto, invitandoli a scrivere le proprie vite, e a concentrarsi in particolare sul percorso intellettuale intrapreso. L’ambizioso progetto non ebbe l’esito sperato, giacché pochi letterati vi aderirono. Tra questi figura, però, lo stesso Vico, la cui Vita verrà pubblicata proprio dal conte di Porcìa. L’autrice ci ricorda peraltro l’ipotesi dello studioso Zambelli, che riscontra una possibile influenza del Progetto anche sulle autobiografie di Genovesi e Giannone. 

I tre capitoli che seguono sono incentrati rispettivamente sull’analisi delle opere di questi tre importanti autori. Si parte, dunque, dalla Vita e l’aggiunta di Gianbattista Vico. L’autrice ci fornisce subito le notizie e le caratteristiche del testo, di fondamentale importanza per comprendere a pieno gli aspetti peculiari dell’auto-introspezione dell’intellettuale napoletano. La Vita di Vico scritta da me medesimo viene composta negli anni compresi tra il 1723 e il 1728, inviata al Porcìa nel 1723 e poi ancora nel 1728 in una versione aggiornata che risulta essere più conforme alle richieste del conte. L’autrice spiega il perché dell’Aggiunta: essa nasce nel 1731 dalla richiesta di Muratori a Vico di fornire un’autobiografia in quanto membro dell’Accademia urbinate degli Assorditi, ma resterà inedita fino al XIX. Complesse sono le vicende editoriali della Vita, stampata per la prima volta a Venezia nella seconda metà del 1728: l’autore rimarrà scontento nei confronti sia di Artico sia del compilatore del testo per gli errori commessi. 

Dopo aver fornito le notizie cronologiche e di stampa preliminari, l’autrice passa alla rassegna degli studi critici. Tali contributi tendono a definire la Vita come un cursus studiorum che ha l’obiettivo di fornire le ragioni del successo dell’autore in ambito letterario; Vico ci invita a percorrere l’iter dei suoi studi, della sua attività letteraria, rivelando le sue convinzioni filosofiche, chiave di volta per l’interpretazione dell’opera. Alla luce di un’indagine approfondita, Cicala definisce la Vita e l’Aggiunta come: “Un concentrato dottrinale di un docente che in obbedienza al Progetto del suo committente, racconta la sua esperienza e parla dei suoi studi, volendo raffigurarsi come pedagogo ed educatore che agisce all’insegna dell’utilità comune”.

A seguire il lettore è immerso nelle vicende della vita vichiana, in cui non c’è spazio però per gli stati d’animo del protagonista, giacché restano centrali solo le sue capacità e le sue doti intellettuali. L’autrice mette a confronto i due testi vichiani e nota come il protagonista affronti un percorso evolutivo concludendolo, nell’Aggiunta, con una presa di distanza dell’io maturo dall’io giovane e dagli errori commessi nel passato. 

Importanti al fine di ricostruire la sua vita sono per il protagonista tutti i personaggi che hanno popolato la sua vita e i rapporti che con loro ha avuto modo di instaurare. L’autrice focalizza l’attenzione anche sull’influsso di quelli che si possono definire i maestri e modelli di Vico: in primis, Tacito, Platone, Bacone e Grozio. Gradualmente, nel corso della sua narrazione, Vico ci presenta i quattro autori come colonne portanti della sua idea filosofica. Un discorso a parte merita il rapporto conflittuale con Renato delle Carte, forma italianizzata utilizzata da Vico per apostrofare Cartesio. Segue l’analisi delle coordinate fondamentali dell’ego-grafia vichiana: la scansione temporale, la raffigurazione dello spazio e le strategie narrative utilizzate. Il filo cronologico che segue Vico ha come punti di riferimento le sue opere, che vengono associate a momenti cruciali della vita. Dai racconti delle vicende storiche, raccontate con l’utilizzo di frequenti flashback, gli studiosi hanno peraltro potuto ricavare notizie preziose sull’ambiente napoletano della prima metà del Settecento. Tenendo conto di questi contributi, l’autrice ci fa notare quanto sia indissolubile il legame tra Vico e Napoli, ma soprattutto l’importanza dell’esperienza del filosofo nel processo di modernizzazione della cultura napoletana del primo Settecento.

Il quarto capitolo, la cui struttura ripete essenzialmente quella del precedente, è incentrato sull’autobiografia di Pietro Giannone, intesa dall’autrice come historia calamitatum, secondo il modello fatto proprio, nel Medioevo, da Pierre Abélard. Si comincia quindi dalla composizione della Vita. Se per Vico si è riscontrata una relazione diretta con il Progetto di Artico, nel caso di Giannone è possibile riconoscere tre ragioni fondamentali che inducono l’autore a mettere nero su bianco la propria vicenda esistenziale: la prima è una motivazione apologetica, per la quale l’autobiografia diventa uno strumento di difesa dalle accuse di eresia rivolte dai Gesuiti a causa di alcune parti della sua Istoria civile. L’autore espone dunque la propria versione dei fatti, rievocando i momenti più drammatici della propria vita fino all’arresto. Non a caso l’autrice ci ricorda che l’opera fu scritta tra l’aprile del 1736 e il gennaio del 1737, durante gli anni di carcerazione in Savoia. In qualche modo Giannone sente il bisogno di sfogarsi, ma anche di costruirsi un’identità letteraria destinata ai posteri. Oltre a questa motivazione interna, per così dire, nell’opera è evidente anche l’intento di fornire un affresco dello scenario politico e sociale della corte asburgica, luogo in cui Giannone aveva trovato rifugio dopo la scomunica. Infine, la sua Vita si propone come modello di insegnamento morale con l’intento di condurre il lettore sulla strada della virtù. 

L’autrice passa poi alla presentazione dell’immagine di Giannone che scaturisce dalla lettura della sua Vita. In un primo momento il narratore racconta di un protagonista dotato di grande intelligenza, dedito agli studi, alla cura della mente e della salute del corpo. Anche per lo studio della vita di Giannone si ricorre allo schema dei capitoli precedenti, con paragrafi che inquadrano il poeta nella società in cui vive. L’autrice, però, si sofferma soprattutto sul periodo che precede l’arresto del poeta: sono anni travagliati, in quanto con la divulgazione dell’Istoria civile, nella quale si descrivono anche i soprusi e le sopraffazioni della Chiesa sul Regno, il Giannone ricostruiva l’evoluzione politica del Papato, respingendone implicitamente l’origine divina. Questo atteggiamento verso la religione, interpretata in chiave esclusivamente politica, rendeva l’Istoria un’opera del tutto nuova nel panorama storiografico europeo, ma motivava anche l’ostilità di Roma verso Giannone che lo costrinse a rifugiarsi presso gli Asburgo. Cicala dedica particolare attenzione proprio sul soggiorno viennese, descrivendo anche l’ampia rete di relazioni sociali e letterarie che caratterizzava la vita della grande capitale imperiale. Ma la vita travagliata di Giannone avrà un epilogo ben più negativo quando, dopo molte peripezie tra Venezia, l’Italia Settentrionale e la Svizzera, nel 1736 viene catturato e rinchiuso nella fortezza savoiarda di Miolans. Da qui inizia il suo racconto, definito dall’autrice come il lucido memoriale di un detenuto; lucido non solo per la disposizione dei fatti, ma anche per il suo linguaggio chiaro e conciso. 

L’analisi si chiude con la Vita di Antonio Genovesi, nella quale l’autobiografia diventa soprattutto la descrizione di un itinerarium mentis. La natura dell’opera permette all’autrice di soffermarsi maggiormente sulla descrizione dei sentimenti (non a caso uno dei paragrafi può intitolarsi Più sentimento che ragione), sotto la specie di amori, odi e amicizie. In questo itinerario della mente molteplici sono i protagonisti e stupisce come di ognuno l’autore fornisca un attento ritratto fisiognomico, come invitando il lettore a immaginare precisamente i loro tratti fisici e non solo caratteriali. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un grande intellettuale che, raccontando delle sue vicende, ci fornisce una chiave d’accesso alla vita culturale del Regno di Napoli della seconda metà del XVIII secolo. Genovesi nelle sue memorie non intende tessere le proprie lodi, come fa essenzialmente Vico, o costruirsi una reputazione per i posteri, che è la finalità principale di Giannone; egli è interessato soprattutto a presentare le fasi salienti di un percorso esemplare di formazione e di sviluppo intellettuale, e al contempo a rivendicare con forza la propria libertas philosophandi.

Gli ultimi due capitoli presentano, in maniera chiara e sistematica, analogie e differenze nelle vite dei tre autori che sono state ampiamente e accuratamente analizzate, con un’attenzione particolare ai topoi della scrittura autobiografica vigenti nella prima metà del Settecento. Il libro si chiude con il ricco apparato bibliografico sul quale si basa uno studio che può essere senza dubbio definito un nuovo e preziosissimo strumento per la conoscenza del genere autobiografico in una fase cruciale della storia letteraria e culturale italiana.

Antonietta De Angelis

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