Della Felicità, A. García Calvo

Viernes, 10 Mayo 2019 09:38

della felicità copertina

Agustín García Calvo, Della felicità, trad. Gerardo Gimona, Ortica Editrice (Collana ‘Le Erbacce’), pp. 122, ISBN 9788897011804,  Prezzo 11€

 

In Italia ben poco ci è arrivato di Agustín García Calvo. Chi è? Che ha fatto?

Da una ricerca in rete si viene a sapere che nacque (nel 1926) e morì (nel 2012) a Zamora, in Spagna; che fu linguista e filologo – ma anche docente all’Università Complutense di Madrid, grecista, latinista, grammatico, saggista, traduttore, narratore, poeta, drammaturgo, articolista, ‘pensatore’...

Qui però ci guarderemo dal definirlo, anche perché lui stesso ha sempre evitato di farlo.

Diremo invece che, tra le altre cose che ha fatto, ha scritto dei libri (un centinaio circa, su temi tra i più diversi), la maggior parte dei quali pubblicati con la casa editrice Editorial Lucina, che lui stesso aveva fondato nell’anno 1978; e che alcuni di quei libri sono stati tradotti in francese, inglese, tedesco, greco, ma nessuno, finora, in italiano. E sì, diciamo finora perché finalmente è stato pubblicato un suo libro in Italia, Della felicità (De la felicidad in spagnolo), nella traduzione di Gerardo Gimona per Ortica Editrice.

Si tratta di un libro che ha avuto in Spagna cinque edizioni, la prima nel 1986, l’ultima nel 2016, e che fa parte di una serie di ‘pamphlet politici’ che García Calvo cominciò a pubblicare già negli anni ’70, riprendendo e approfondendo alcuni dei temi sui quali via via ragionava e dibatteva nelle tertulias políticas (riunioni in cui, come lui stesso diceva, si provava a ‘lasciarsi parlare’ per fare politica ‘dal basso’ e non ‘dall’alto’) che, insieme ad amici e ad altri partecipanti, teneva in quegli anni in diversi caffè di Madrid.

Di cosa tratta il libro? Be’, lo dice il titolo: della felicità. Ma nella sinossi che García Calvo scrisse per la quarta di copertina dell’originale si dice qualcosa di preciso, e cioè che con questo libro quello che si cerca di fare è scoprire il rapporto tra il nostro desiderio di felicità e la Realtà che ce la nega. García Calvo scriveva ‘Realtà’ proprio così, con l’iniziale maiuscola (lui la chiamava ‘onorifica’ e precisava che era stata inventata per scrivere ‘Dio’), e tale questione andrebbe certamente approfondita: qui, per ora, potremmo almeno dire che García Calvo, in fondo, non ha fatto altro che parlare e scrivere instancabilmente contro la Realtà, denunciando, sempre e dovunque, il fatto che si pretende di farla passare per vera ma non lo è, che la Realtà non è altro che uno stratagemma con cui ci si difende dalla verità, poiché ‘verità’ (senza maiuscola onorifica) è propriamente ciò che non si sa, ciò in cui continuamente ci perdiamo – ed è proprio da questo perdersi nell’indefinizione che, mediante la Realtà, cerchiamo di difenderci.

Ma vediamo un po’ in cosa consiste più precisamente il Della felicità, cercando di far parlare il libro stesso.

Dopo un’iniziale incursione nell’etimologia e un breve percorso attraverso i sensi con cui i parlanti usano le parole ‘felice’ e ‘felicità’, si arriva subito a una delle deduzioni più significative del libro: ‘felicità’ non vuol dire nulla, è un’idea vuota; fa riferimento infatti a una mancanza, a qualcosa di assente, che si troverebbe quindi fuori dalla Realtà, ma al contempo anche all’interno di essa, in quanto si pretende appunto di avere un’idea di tale mancanza («sarà appena necessario ricordare che le mancanze sono anch’esse parte della Realtà»). Non conosciamo direttamente la felicità, ma la deduciamo a partire da ciò che la rende impossibile (e che, invece, conosciamo bene). Il significato di ‘felicità’, quindi, non è che il risultato di una riduzione all’assurdo di questo tipo: se non fosse per gli intralci che la impediscono e per le convenzioni menzognere che la sostituiscono, ci sarebbe senz’altro ‘felicità’.

Più avanti – dopo aver esaminato alcune delle risposte che dall’epoca di Aristotele e Platone in poi si è cercato di dare alla questione della felicità – si dice ancora: «l’aspirazione o esigenza di felicità, in apparenza positiva, altro non è che una negazione di ciò che intralcia, imprigiona, distrugge o – quel che è peggio – sostituisce con surrogati la felicità».

Dichiarata quindi ‘irreale’ (vale a dire, fuori dalla Realtà) la felicità, García Calvo lancia una nuova domanda: cos’è l’infelicità, ovvero la Realtà? E inizia una serie di analisi con cui cerca di dimostrare in quale modo la Realtà escluda necessariamente la felicità dai suoi confini.

Poi dimostra ancora: prima, che la felicità pur essendo irreale è vera; e poi, che se è vera deve essere per forza anche utile. E così si chiede: «A cosa serve dunque la felicità?», e dà il via a uno degli attacchi più violenti e appassionanti di tutto il libro: l’attacco ai sostituti della felicità. Tali sostituti – dice – ci vengono continuamente venduti e imposti, e la felicità serve appunto a non accettarli, a dire che non li vogliamo. A questo punto, in nome della felicità, via via si rifiutano varie forme di sostituti: il Denaro prima di tutto (e non a caso, poiché esso include tutte le altre – «La forma di sostituto per eccellenza è il Denaro: solo grazie a esso si può comprare e vendere felicità», eppure ciò è impossibile, perché in verità «nessuna felicità può essere comprata»), l’amore (naturalmente in quanto surrogato), il lavoro («principale fondatore del tempo vuoto») e il divertimento («che si compra con il lavoro»). Sui ‘divertimenti’ García Calvo si sofferma un po’ di più: li contrappone prima ai ‘piaceri’ («tale opposizione è d’importanza politica primaria»), poi li definisce «procedimenti per riempire il tempo vuoto», e dice infine che non c’è da stupirsi del fatto che lo Stato e il Capitale («Il regime di cui oggi siamo vittime si contraddistingue per la scomparsa di ogni separazione tra Stato e Capitale», affermava l’autore in un’intervista del 2011) «mettano il loro maggiore impegno nella produzione e nel consumo del divertimento per le anime della gente». Ma la felicità serve anche a rifiutare quelle che García Calvo chiama qui le ‘inversioni’, e cioè «quello scambio, promosso dall’alto sulle piazze mediante leggi e propagande – e radicato nei più inaccessibili recessi delle anime personali –, in virtù del quale ciò che è buono è cattivo, e pertanto, ciò che è cattivo deve essere buono». Fin da piccoli, infatti, veniamo educati nella fede che stabilisce che ciò che è cattivo, opprimente e penoso, è in realtà buono e quindi deve essere desiderabile: «il lavoro, il sacrificio, il matrimonio, la ginnastica, il divertimento, i blocchi di appartamenti, morire per un’idea, la puzza di benzina bruciata, diventare uomini, la Realtà». Però anche qui, in nome della felicità, non ci si accontenta affatto dell’inversione, e si riconosce invece, semplicemente, che ciò che è cattivo è cattivo, e non può in nessun modo (se non con la forza) essere buono.

Ma c’è un’altra cosa a cui serve la felicità: a scoprire che la Realtà è falsa. È vero che si comincia scoprendo che le «cose più attuali e superficiali» che il Capitale ci vende e lo Stato ci impone «sotto il nome e la promessa di felicità» sono solo sostituti e alla gente non servono a nulla («“A cosa serve?”, “Chi l’ha chiesto?” – ad esempio le automobili, la TV, gli automi, i chip, i satelliti artificiali, i viaggi spaziali, i teleschermi negli autobus e negli aerei»), ma poi la battaglia continua più in profondità: e qui García Calvo lancia l’attacco più radicale e ostinato, quello contro la «Scienza della Realtà» e cioè «la Fisica seria con le sue altre varie discipline più o meno progredite»; e in questo modo prova a svelare i trucchi fondamentali con cui la Fisica nasconde le contraddizioni di cui è costituita la Realtà – per dirne alcuni: la matematica al servizio della Fisica, la nozione di ‘atomo’, il movimento, le coppie di opposti ‘identità’/‘differenza’, ‘individuo’/‘massa’, il Tempo, ecc. – per arrivare infine alla conclusione che «la Realtà è impossibile».

E così si è alla fine del libro. Ma resta ancora da distruggere l’ultimo (e diciamo quindi anche il primo), il più resistente articolo di fede: la ‘mia’ morte, la morte di sé stessi. E qui García Calvo parla direttamente a chi legge mostrandogli due cose che non possono essere allo stesso tempo: «sarà sufficiente ricordarti e ripeterti qui, lettore, per un momento, che, da una parte, della tua morte non c’è nessuna esperienza, che la tua morte è una cosa che non ti è mai successa, e che pertanto non si può sapere cos’è». «Eppure, dall’altra parte, la tua morte altro non è che un caso della morte generale, quella di tutti e di chiunque, dal momento che tu sei uno di loro». Sicché, tutt’a un tratto, chiede ancora al lettore: «Non è forse vero che questa della tua morte è una cosa impossibile?».

Qualche parola ancora potremmo dedicare al testo in appendice, Elogio di ciò che è buono, che García Calvo scrisse per quei lettori che, dopo aver letto il Della felicità, giungessero a delle conclusioni «indesiderabili» (del tipo: «Non si può essere felici in questo mondo: quindi non siamolo») o almeno si sentissero «un po’ tristi». Per loro, appunto (ma anche per tutti gli altri), tra le altre cose, si evoca in questo testo un esempio del nostro passato storico che potrebbe servirci da modello di buon vivere: «il mondo della buona società borghese europea, preferibilmente inglese, degli ultimi decenni del XIX secolo e dei primi del XX fino alla Guerra Europea, il quale è durato poi, a modo suo, finché quella Mondiale non gli ha dato il colpo di grazia». Ma di questo mondo – precisa l’autore – a noi, al nostro tempo, importa soltanto ciò che era buono: quei borghesi (non tanto tempo fa, dopotutto) a quanto pare avevano ancora saputo procurarsi forme di piacere, di godimento e buona vita – sì, magari anche grazie allo sfruttamento e al privilegio, ma almeno avevano saputo farlo, ed è questo che qui ci interessa.

Non si creda però – conclude – che la nostalgia del paradiso o del buon vivere in generale «sia una questione di fantasie private di ognuno». No, tale nostalgia è «comune, la stessa per chiunque: comune è il piacere (purché non sia divertimento), comune il godimento (purché non sia mera speranza)»: «ciò che era buono per Adamo ed Eva o per una donna sensibile della buona società del 1900 è buono per chiunque e dev’essere a disposizione di chiunque».

E così, con questo elogio di ciò che è buono, e con il riconoscimento del fatto che piacere e godimento sono di tutti e di nessuno, si chiude questo pamphlet politico e anche la nostra presentazione: lasciamo ora invece che i Della felicità si aggirino un po’ tra la gente in Italia, lasciamoli gironzolare, sì, lasciamoli pure andare... «almeno finché – come scrisse una volta García Calvo riferendosi ai suoi libri in commercio – trovino ancora dei lettori che scoprano in essi ciò che è comune, ciò che loro, senza crederci, sentivano e pensavano...».

 

Paolino Nappi

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