Fascismo, entre banalización y polisemia

Viernes, 20 Septiembre 2019 04:20
Emilio Gentile Quien es fascistaEmilio Gentile, Quién es fascista, trad. Carlo A. Caranzi, Alianza, 2019, 224 pp., ISBN: 8491815902
[Emilio Gentile, Chi è fascista, Bari-Roma, Laterza, 2019, 136 pp.]

 

    La parola fascismo è assimilabile alla prima metà del XX secolo, eppure è allo stesso tempo di grande attualità se pensiamo al contesto sociale nel quale viviamo. Oggi più che mai il termine “fascismo” o “fascista” è all'ordine del giorno, spesso usato in senso spregiativo o nostalgia di un passato che non esiste più ma del quale tutt'ora si parla e si discute. Può quindi considerarsi il fascismo un fenomeno ciclico, in grado di riemergere dal proprio passato e – quasi come un essere mitologico – inneggiare alla propria eternità? Può il fascismo “tornare” per adattarsi alle esigenze della società moderna? E chi sarebbero i rappresentanti, oggi, di questo fascismo?

    A queste e molte altre domande ha provato a rispondere lo storico Emilio Gentile, professore emerito dell'Università di Roma La Sapienza, con alle spalle più di quarant'anni di analisi del fenomeno fascista, il quale ci propone una nuova ma allo stesso tempo solida chiave di lettura. Lo ha fatto, come d'altronde ci ha abituati nelle sue precedenti opere, utilizzando il rigore storico che lo caratterizza, senza il quale tutto questo lavoro rischierebbe di essere un'argomentazione imperfetta. Conscio della difficoltà dell'analisi che si vuole esporre, il professor Gentile ha trovato il modo di rendere fluido il linguaggio utilizzando un dialogo lineare, nel quale un ipotetico intervistatore conduce l'intervistato (ed il lettore) all'interno della stessa parola “fascismo”.

    La prima parte è dedicata all'analisi del problema – o condizione – per la quale il fascismo è considerato un fenomeno ciclico, spesso a causa della pratica analogica che l'opinione pubblica fa del termine, coniando così un nuovo significato che Gentile definisce “astoriologia”. Non l'analisi storico, ma piuttosto quello della narrazione «fortemente mescolata con l'immaginazione» (p. 7), che produce una sensazione di eterno ritorno o anche chiamato “fascismo eterno”. In realtà, la ciclicità di questo fenomeno politico potrebbe spiegarsi proprio nel fatto che il fascismo non è mai scomparso, in quanto l'Italia del 1945, cioè quella sorta dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e figlia della Resistenza, ammise la presenza di ex-fascisti che con il tempo ricrearono le basi di movimenti e partiti 'fascistizzati' come lo è stato, indubbiamente, il Movimento Sociale Italiano (MSI). Ma la complessità dell'uso terminologico va oltre la presenza di elementi fascisti all'interno dell'Italia post-'45, e deve ricercarsi nella banalizzazione del fascismo o l'incompiuta defascistizzazione della società. Arrivati a questo punto, Gentile spiega però l'origine del termine, la sua trascendenza storica ma anche come esso sia sopravvissuto al secondo dopoguerra e come nella storia del XX secolo il suo significato profondamente negativo sia stato utilizzato per definire ogni tipologia di governo autoritario, sovranista o dittatoriale. Questa è poi diventata una pratica attuale, per la quale personaggi come Marine Le Pen, Viktor Orbán, Recep Tayyip Erdoğan, Matteo Salvini, Jair Bolsonaro o lo stesso Donald Trump, siano definiti fascisti del XXI secolo (p. 37).

    Una tesi centrale del libro è quella dedicata all'“antifascista fascista”. Su questo punto Emilio Gentile dedica un intero capitolo che cerca di dimostrare come il fascismo fu, grosso modo, sottovalutato dagli antifascisti sin dagli inizi. Quando nel 1924 i fascisti sequestrarono e assassinarono il deputato socialista Giacomo Matteotti, tutti i principali esponenti dell'opposizione credettero – come affermò lo stesso Gramsci – che «il fascismo si esaurisce e muore» (p.43). Ma la “fobia” per il fascismo andò oltre in quanto tra gli stessi componenti dell'antifascismo vi furono accuse reciproche di atteggiamenti o pensieri di indole fascista. Lo fu, per esempio, nel caso del socialfascismo di Togliatti, quando i comunisti segnalarono i socialisti, i socialdemocratici e i democratici come 'traditori del proletariato' e quindi, inevitabilmente a loro dire, proseliti dell'ideologia fascista. Ma anche dopo il 1936 (nel momento di massimo consenso del fascismo in Italia) ci fu una svolta del principale partito antifascista, quello comunista, che cercò di stabilire un “controllo all'interno dello stesso partito fascista”; fu quello che passò alla storia come “l'appello comunista del 1936” nel quale si parlò di «unione fraterna» e di riconciliazione tra camice nere e marxisti, soprattutto in difesa dei lavoratori (p.60).

    Se la ricerca di come il fascismo sia sopravvissuto nel corso del Novecento sia di per sé un difficile lavoro, non meno complessa è la questione della sua nascita. Nel marzo del 1919 vennero fondati a Milano i “Fasci di combattimento”, un movimento erede dei fasci rivoluzionari del 1914 ma non ancora partito politico. Questo è per Gentile un punto fondamentale, in quanto il professore segnala la questione della nascita del «fascismo storico» non in questo preciso momento, ma piuttosto nel 1921, e cioè quando i seguaci di Mussolini divennero «un movimento di massa profondamente diverso dal fascismo del 1919» (p. 70), costituendosi in Partito Nazionale Fascista (PNF). La base di questa tesi risiede nel fatto che l'autore insiste sul carattere “libertario” del fascismo del '19, ne cita le principali caratteristiche legate ancora troppo al processo democratico, alla pratica riformista o all'essenza di un movimento che si autoproclamò “provvisorio”. Dal 1921 in poi, Mussolini fu il diretto artefice del cambio di rotta del fascismo che passò ad essere un movimento in grado di distruggere dall'interno il regime liberale, per poi imporre un sistema basato sul totalitarismo autoritario applaudito dalle masse. Fu la creazione del mito di “Mussolini” come «duce assoluto e indiscusso» (p. 90), ma anche la strategica trasformazione dello squadrismo – vero motore del processo di affermazione del movimento – in un partito politico. Il fine ultimo di questo lento ma graduale processo di rafforzamento del potere nelle mani di un unico leader, fu il tentativo di creare una nuova “razza di italiani” perfettamente inserita nella nuova società che il fascismo stava creando in tutto il paese. Era, parafrasando lo stesso Mussolini, l'invenzione dell'italiano nuovo o, secondo l'attualità politica del momento, e cioè il fascismo totalitario, il “cittadino soldato” «allevato secondo il comandamento unico della religione fascista “Credere, Obbedire, Combattere”» (p. 97).

    Come abbiamo già detto in precedenza, la storia del fascismo continuò anche dopo la fine del regime. Nei primi anni della neonata Repubblica, il “fascismo ritornante” fece le sue apparizioni sotto differenti spoglie che secondo Emilio Gentile assunsero un significato antropologico. Fu il caso della Democrazia Cristiana vista attraverso lo spettro della borghesia fascista o del fascismo stragista promosso dai neofascisti degli anni Sessanta e Settanta. Sono d'accordo nel considerare che ciò che rende del tutto atipico il fascismo dal resto dei movimenti politici italiani, è indubbiamente la sua «capacità mimetica», per la quale si costituisce il “fascismo mimetico” e quindi «dotato, se non dell'eternità, certamente dell'immortalità o di una straordinaria vitalità» (p. 110). Secondo la tesi dell'autore, il fascismo contemporaneo è quindi un fenomeno politico che è riuscito a sopravvivere, ma anche a modellare la sua stessa essenza, senza alterare quel processo storico che lo ha visto nascere, crescere e rafforzarsi nel tempo. Tutto ciò, sebbene il vero erede del fascismo politico, l'MSI appunto, sia lentamente (nei contenuti e nei discorsi) scomparso, accettando una transizione verso quella che oggi chiamiamo “destra democratica”. Eppure il fascismo è sempre lì, almeno se stiamo a vedere i titoli dei giornali, i dibattiti televisivi o se pensiamo anche al linguaggio comune. Indubbiamente, afferma Gentile, si tratta di un “abuso” terminologico che rischia di stare alla base di equiparazioni generiche e superficiali. Più di ogni altro strato della società, conclude il professore, sono i giovani a dover far attenzione all'uso della parola “fascismo”, che oggi non può avere la stessa valenza di quella pronunciata in quel lontano marzo di cento anni fa. Una prosa curata, ricca di spunti per la riflessione e decorata da un dialogo che incuriosisce sempre più il lettore, fa di questo libro un saggio fondamentale per capire cosa sia stato il fascismo, ma – non meno importante – cosa esso rappresenti nell'attualità politica di un'Italia sempre più alla deriva.

 

Matteo Tomasoni

 

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