Rosa Elisa Giangoia, In compagnia del pensiero

Domingo, 23 Agosto 2020 08:23

Rosa Elisa Giangoia, In compagnia del pensiero,Rosa Elisa Giangoia, In compagnia del pensiero, Arcore (MB), Kanaga Edizioni, 2020, pp. 101, € 14,00.

   Rosa Elisa Giangoia è un personaggio importante nel promuovere la cultura nostrana, non solo dirige la rivista “Xenia”, ma traduce, cura antologie e convegni. Attraverso gli anni ha pubblicato testi teatrali, sillogi poetici, saggi di varia natura, e cinque romanzi.

   In compagnia del pensiero è l’ultimo romanzo della Giangoia. In modo rigoroso si attiene alle tre unità aristoteliche: di tempo, di azione, di luogo. Si svolge a Genova dal 12 luglio al 25 luglio del 1743, e a ogni giorno è dedicato un capitolo: sono giorni in cui il protagonista Jean-Jacques Rousseau, contagiato dalla peste, trascorre la quarantena in un grande lazzaretto che si trasforma in simbolo del labirinto. Dispiega una prosa limpida, schietta, scorrevole, sempre satura di complessità e non esenta da squarci lirici. Svela un’autrice che ha una cultura enciclopedia e ha un controllo straordinario della sua materia. Si evolve con tecniche del flaskback e del flashfoward, del racconto nel racconto, del dire non dicendo, insomma del procedimento lineare che è spezzettato con l’intento sia di introdurre elucubrazioni e divagazioni, sia di sollecitare il ricevente a mettere insieme i tasselli di un puzzle.

   Rousseau svolge svariati ruoli: è l’io narrante e l’io narrato che in certi episodi si rivelano in sintonia e in altri in dissonanza; è un io sdoppiato, strambo, chimerico, complicato, e funge da controfigura, anzi da maschera dietro cui si nasconde l’autrice: in questo senso la Giangoia restituisce una auto-biografia adulterata, fantastica, sia di sé che del suo protagonista. Egli è un io che naviga in momenti cronotopici diversi, da quello infantile a quello dell’adolescenza a quello della giovinezza: elementi efficaci nel suggerire che per la scrittrice la micro-macro storia è la nostra sostanza e, senza la sua conoscenza, l’uomo è senza qualità-identità, è nessuno.

   In sostanza Rousseau considera l’isolamento non un peso, ma un arricchimento, gli offre l’opportunità di rimanere concentrato a coltivare il giardino dei suoi pensieri, sentimenti, viaggi, viaggi che sono sempre quelli di una fervida fantasia, quelli tesi a illustrare che il realismo è il fantastico della vita. Rinchiuso nel lazzeretto trova la libertà di mettersi faccia a faccio con se stesso, di discute ed auto-analizzare il proprio io scisso, in preda a un groviglio di inquietudini, di illusioni, di incertezze, di contrasti, e finanche di contraddizioni generate con l’operare del sentimento e della ragione, dell’immaginazione e del raziocinio, dell’egoismo e dell’altruismo, dell’essere e dell’apparire, ecc.; viene addirittura a ritenersi un Narciso in cui vivono tutti gli aspetti del suo io cangiante, pieno di umori, di tensioni, di ansie, ecc. Per certi aspetti lo scrivere, in prosa o in versi, è una evasione che solleva, una terapia che cura ossessioni, patologie, malattie: “scrivere è anche un modo per farmi compagnia, per intrattenermi più insistentemente con il mio pensiero” (17). Come tanti protagonisti di Pirandello, di Savinio, di Bontempelli, e di altri scrittori contemporanei, la sua crisi si aggrava perché pensa troppo ed è logorato da ricordi incessanti e dolorosi. Come quello della madre: “non l’avevo neppure conosciuta, in quanto era morta otto giorni dopo la mia nascita […], mi sembrava che la mia venuta al mondo avesse determinato la sua sorte, tanto da farmi considerare la mia nascita come la mia prima sventura” (15). Onde la scrittrice batte i tasti freudiani del complesso edipico dato che dall’infanzia Rousseau non ha un rapporto felice con il padre, e si sente di non essere amato da “nessuno”.

   Fin dall’infanzia Rousseau appare un essere precoce, controcorrente, ribelle, uno spirito libero, che desidera, oltre a viaggiare con l’immaginazione, fare quello che vuole e quando vuole. Infatti nella narrazione monologica del trentenne Rousseau ricorrono con frequenze un fascio di vocaboli (fantasia, felicità, speranza, ecc.) che formano la deviazione stilistica. Per lui la scelta dell’isolamento è una forma di conquista della libertà, della verità, del sogno che lo porta fuori dal mondo contagiato della peste, dalla realtà della “gente sgradevole” (19). Nel lazzaretto è travolto dalle ondate a volte di felicità di essere lontano da tutto e da tutti, e altre volte di infelicità di non vivere tra gli uomini. Nell’immaginario della scrittrice il lazzeretto si trasforma in uno spazio simbolico, soprattutto in una sorta di biblioteca in cui ci sono i testi degli autori classici prediletti del suo sosia protagonista, onnivoro lettore (Aristotele, Ovidio, Seneca, Cicerone, Tasso, ecc.), e in una specie di studio in cui il Rousseau scrittore pirandellianamente dà udienza ai suoi personaggi. Come certi personaggi di Pirandello (“Tirocinio”, “Il professor Terremoto”, “Sogno di Natale”, ecc.), Rousseau vive in un “mondo di carta”-libri: “spero che la vita sia benevole con me, che mi riservi il tempo e la possibilità di leggere tutti i libri che desidero […], libri che mi terranno buona compagnia, migliore di quella di molte persone, in quanto mi aiuteranno a fantasticare, a fuggire lontano dalla realtà” (24). Mentre Rousseau parla a lungo dei libri che legge, l’autrice non solo intercala dichiarazioni di metascrittura e di metapoetica, ma sviluppa discorsi autoreferenziali, intertestuali, metaletterari:

mi interessa di più la storia, l’azione dell’uomo che, attraverso vicende progressive, arriva fino a noi. Così leggo con gusto l’Histoire ancienne di Charles Rollin, studio l’Antico e il Nuovo testamento […] Le mie preferenze vanno sempre più ai filosofi e ai romanzieri […] Le figure dei romanzi popolano la mai fantasia e mi fanno compagnia […] La mia mente è tornata ai personaggi dei romanzi, sempre capaci di riempire con la loro pur evanescente presenza in modo pienamente soddisfacente la mia solitudine. Mi sono sentito un nuovo Robinson Crusoe, intento a trasformare un luogo ostile in una dimora ospitale.

   Questo personaggio mi è sempre stato particolarmente caro, perché ho sentito varie consonanze tra noi due: anche lui, come me, fuggito da casa per soddisfare nel mondo la sua smania di avventure e il suo desiderio di affermazione; ma lui si è abbandonato all’immensità del mare, che su di me non esercita alcun fascino. (25-26)

   Più o meno Giangoia fa la stessa cosa quando conduce il suo alter ego a disquisire del processo creativo dell’arte culinaria, specie di una serie di ricette e di vivande della ricca tradizione genovese.

   L’immaginazione creativa del Rousseau è ispirata dalla sua passione di contemplare il paesaggio naturale che circonda l’edificio del lazzaretto e sembra coltivare una visione neofrancescana della natura, forse anche perché lo fa portavoce della sua profonda fede in dio: “Io, per innalzare il mio cuore al Signore, ho bisogno di contemplarlo direttamente nelle sue opere […] L’uomo dovrebbe costruire il suo mondo con l’intelligenza, la sua dote più elevata, quella che più lo avvicina a Dio” (29). L’autrice lo guida a parlare con marcata enfasi, con toni d’ironia umoristica, e con piglio ora filosofico ora dialettico ora estroso su una quantità di temi, spiccano quelli riguardante la morte, l’amore, la religione, il tempo, il mistero, e infine lo guida fuori del labirinto per continuare la sua quarantena in una più confortevole sistemazione.

   In compagnia del pensiero è un romanzo accattivante, non solo per la ricchezza degli argomenti e dei messaggi che hanno una valenza universale, ma anche perché rispecchia un momento storico non diverso dal nostro tempo insano, colpito anche dal male invisibile del covid-19.

Franco Zangrilli

 

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