Franco Zangrilli, Spazi neofantastici. Racconti di Primo Levi

Domingo, 23 Agosto 2020 08:26

Zangrilli spazi neofantastici in Primo LeviFranco Zangrilli, Spazi neofantastici. Racconti di Primo Levi, Pesaro, Metauro, 2020, pp. 293.

Che il voluminoso corpus dei racconti di Primo Levi non possa essere rubricato come opera minore, bensì valutato indubbiamente come il suo capolavoro è l’assunto di Spazi neofantastici, l’ultimo lavoro critico di Franco Zangrilli che con questo saggio amplia la sua galleria degli autori rappresentativi della letteratura postmoderna in Italia (quali Pavese, Landolfi, Sciascia e altri) che attraverso le tecniche del citazionismo, del riutilizzo del patrimonio della letteratura antica e moderna e del pastiche hanno dato vita ad una complessa quanto originale riscrittura “fantastica” della realtà e della storia.

Notissimo in campo internazionale per le sue opere memorialistiche legate all’esperienza del lager, Levi viene qui presentato come uno dei pochi autentici maestri italiani nell’arte del racconto, forma eminentemente a lui congeniale e per lungo tempo praticata. I suoi racconti, per la ricchezza della scrittura e dei temi affrontati, vengono letti come testi eminenti per rendere la più autentica e articolata Weltanschauung dello scrittore. Il monito ad usare l’arma della razionalità e della responsabilità nella comprensione del reale si articola nella rappresentazione costante di un tempo presente “problematico ed enigmatico” e di “un futuro lugubre” (25). Di riflesso, la forma-racconto si amplia in un collage ibrido nel quale “c’è sempre qualcosa di equivoco, di oscuro, di enigmatico […] che la ragione dell’uomo non riesce né a spiegare né a risolvere” (8-9), attingendo e combinando le diverse forme del genere: dall’apologo alla favola, dalla detective story alla novella teatrale e fantascientifica.

Frammentari, asimmetrici, combinatori, “gremiti di figure retoriche del fantastico” (10), finanche nelle scelte lessicali, dove il linguaggio scientifico, specie della chimica, si mescola a neologismi e a vocaboli afferenti allo “strano” e al “meraviglioso” (15), tramati di ironia demitizzante, sostanziati dalla poetica della scomposizione e della riscrittura, volta a sottolineare l’anormalità e l’irrazionalità del nostro vivere, i racconti di Levi mettono in luce le sovversioni dell’esistenza di cui l’autore si fa attore, e spettatore, alter ego e controfigura.

Rivelandosi tutt’altro che uno “scrittore non scrittore” (21), Levi attinge ad una ampia gamma di storie e leggende, di miti classici e testi letterari antichi e moderni. Nell’arco dei sei capitoli dello studio, Zangrilli illustra puntualmente “l’enorme geografia neofantastica” (24) utilizzata per raffigurare la realtà come spazio incerto e incoerente; dimostra come in questo riferirsi a differenti tradizioni letterarie ci sia la volontà di ritrovare nella riscrittura fantastica un possibile ordine, un criterio di lettura e rappresentazione delle anormalità dell’esistenza; e sottolinea il suo avvalersi di una “penna-cannocchiale dell’umorismo fantastico” (13), in maniera affine a Pirandello, scrittore che Levi menziona più volte, per svelare le contraddizioni della natura umana.

La realtà della guerra, “sterminato terreno del terrificante” (38) al quale l’uomo di ogni tempo sembra incapace di rinunciare o di opporsi, è lo sfondo costante al capitolo L’orrore della guerra.    L’idea soggiace a numerosi racconti, sia a quelli dal tono di favola mitica, come “Le due bandiere”, con al centro la guerra, priva di alcuna idealità, tra due paesi confinanti, Lantania e Gunduwia, sia a quelli ambientati ad Auschwitz, spazio ermetico e “isola tutta chiusa in se stessa” (37), luogo di degradazione ed orrore rappresentato come spazio dell’“inimmaginabile” (38). Gli elementi del reale vengono trasfigurati fantasticamente per rappresentare la ferocia di cui l’uomo è capace e l’orrore dal quale vuole salvarsi. È quello che avviene nel racconto “Cerio” in cui il traffico clandestino e redditizio dell’elemento chimico contribuisce a recuperare mitologemi che fanno dell’amico Alberto un novello Prometeo; oppure nel racconto “Il passa-muri” in cui la storia di un prigioniero di guerra dà vita ad una favola mitologica di un Ercole capace di affrontare eroiche imprese per poter ristabilire un impossibile ordine al mondo; o ancora in “Angelica farfalla” dove si illustrano le mostruosità a cui può condurre la scienza e la considerazione imperfetta in cui è tenuta la vita umana. Gli esperimenti del dottor Leeb sui prigionieri di un lager eseguiti “con l’intento di mutarli in angeli” (69), producono ripugnanti uccelli incapaci di volare. Sotto il taglio dell’ironia e dell’umorismo amaro, anche il tempo diventa uno spazio fantastico della memoria e dell’incubo che, con i suoi spostamenti cronologici, restituisce l’immagine di un mondo capovolto con “esseri antiumani” (61).

Nel secondo capitolo (Il naturale è innaturale) l’analisi si concentra sui racconti di argomento fantascientifico che rendono Levi “un classico unico del Novecento” (74) italiano. Per Levi la fantascienza è “una musa” (74) che gli permette di raccontare le dimensioni di un presente in cui si innesta un futuro con macchine finiranno per distruggere l’ordine naturale delle cose, prospettando uno sviluppo foriero di catastrofi. Significativamente le macchine stesse da “meccanismi e strumenti fantastici” (77) arrivano ad essere rappresentate con elementi antropomorfici. Il “versificatore”, presente nell’omonimo racconto, è il congegno utilizzato da un poeta per velocizzare la produzione dei versi che gli vengono commissionati per fini commerciali, e forse è opera sua anche il racconto che leggiamo. Il “Mimete”, congegno presente in più di un racconto, è una macchina portentosa capace di riprodurre gli oggetti, imporre l’“ordine a buon mercato” e di rendere il protagonista creatore di una genesi degradata. Tra creature aliene spettatrici dei programmi televisivi del nostro pianeta, la paura del futuro e l’artificiosità della tecnologia misurano l’inquietudine di Levi per il destino dell’uomo. Ne è splendido esempio la fiaba teatrale “La bella addormentata nel frigo” basata sul tema dell’ibernazione in cui l’ultracentenaria protagonista sottraendosi agli appetiti degli uomini di ogni generazione, riacquista la sua libertà. E seguendo la ricchissima e densa “narrazione” di Zangrilli, in una rassegna che indugia anche sui racconti centrati sul rapporto dell’uomo con i media, ricorre sotterranea nella mente del lettore la domanda su quale spazio possa davvero rimanere in futuro all’attività umana e alla sua interiorità.

Allo spazio dei sentimenti e a I misteri dell’amore è dedicato per l’appunto il terzo capitolo, che analizza i racconti con al centro quel sentimento misterioso e contraddittorio, che velando e nascondendo la realtà delle cose, contribuisce a raccontare le mutevolezze e le doppiezze dell’animo umano di ogni tempo. Le due versioni del mito ebraico di “Lilít” presentate dai protagonisti dell’omonimo racconto si tramano non a caso di riferimenti metatestuali ed echi danteschi, per esprimere la duplice natura di Adamo e di Dio, che diviene inedito amante della sua creatura; allo stesso modo l’analisi del racconto “Alcune applicazioni del Mimete”, storia di un uomo che ha deciso di creare in un insensato quanto abominevole “atto creativo” una copia di sua moglie, viene riletta alla luce del tema fantastico del doppio e dei chiari rimandi pirandelliani che il critico in maniera puntuale evidenzia.

Seguendo un’ideale progressione tematica e scritturale dell’indagine, che dalla realtà delle esperienze conduce agli spazi dell’interiorità, il quarto capitolo, Le crisi identitarie, posto al centro del saggio, analizza i racconti leviani di taglio manifestamente metaletterario, con al centro le crisi scrittorie ed identitarie dell’autore e rende ancora più esplicita la portata del “pirandellismo fantastico” (161) dei racconti di Levi. Così la crisi e lo smarrimento dell’ispirazione anima il dialogo tra lo scrittore Casella e il personaggio di una sua opera nel racconto “Lavoro creativo”; la mutabile personalità del poeta e il carattere sfuggente della propria poesia prende vita nel più compiuto testo poetico dello scrittore che si sottrae letteralmente al suo autore, come racconta “La fuggitiva”; l’inquietudine esistenziale dello scrittore si trasforma infine in un vero e proprio colloquio tra un poeta loico di stampo leopardiano e il suo psicanalista nel racconto “Dialogo di un poeta e di un medico”.

Le tipologie del personaggio verte sui racconti con al centro personaggi ambigui, umoristici, enigmatici: se le movenze del picaro e dello stregone, ripresi spesso “dall’archivio della memoria di Auschwitz”(193), incarnano il carattere alogico e irrazionale del comportamento umano, la ricerca e l’avventura surreale vissuta da altri personaggi che si muovono in contesti fantastici testimoniano sempre più una realtà che precipita “nell’abisso del disordine” (209). In altri casi ancora è il mondo del lavoro lo spazio vistoso in cui il protagonista sperimenta le inquietudini e i dissidi che la penna di Levi presenta, utilizzando “montaggi di canoni affini o appartenenti al fantastico” (227).

Le voci strane dello zoo, capitolo conclusivo del volume, presenta una puntuale quanto acuta rassegna sull’utilizzo da parte di Levi di immagini e soggetti tratti dal regno degli animali, la cui portata fantastica non serve solo per elevare concetti e messaggi sul piano dell’universalità. Nella visione di Levi anche tra uomo e animale agiscono le dinamiche della metamorfosi e “dello scambio umoristico delle parti” (238). Così l’animale si fa segnico dell’indole primordiale e feroce a cui l’uomo rimane fissato nel rapporto con i suoi simili; più ampiamente diventa maschera dell’autore e personaggio che illustra le conseguenze dell’agire dell’uomo sulla natura. Levi dà vita ad un “bestiario molto inconsueto” (242) che, oltre a presentare il lato animalesco dell’uomo, drammatizza e dà voce agli stessi animali (come nel “Gabbiano di Chivasso” o “Ranocchi sulla luna”) collocandoli in zone e spazi fortemente significativi, in cui diventano riflesso dell’uomo e voce critica del suo operare. Anche quando la zoologia fantastica dell’autore si arricchisce di animali astrusi, esotici, ibridi tra la bestia e l’uomo, dando vita ad una autentica “fantabiologia” (261), il principale intento morale di Levi permane: indagare il carattere incomprensibile ed enigmatico della natura dell’uomo.

Il merito di questo studio di Zangrilli è duplice. Grazie alla sua analisi puntuale e rigorosa i racconti di Levi acquistano la collocazione che meritano nella produzione dell’autore e nella geografia neofantastica della letteratura italiana, cessando di essere l’opera minore dello scrittore di un solo “argomento” (23). Emerge al contempo un ritratto nuovo e più complesso di Primo Levi che si rivela uno scrittore sofisticato e di straordinaria modernità, capace di essere un lucido profeta delle aberrazioni della civiltà umana.

Biagio Coco

 

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